N° 1, settembre 2018

A casa loro li abbiamo già aiutati

pubblicato il
24 settembre 2018

Volevo pubblicare una foto che potesse servire a far riflettere qualcuno sul fatto che li abbiamo già aiutati a casa loro. L’ho censurata per non urtare la sensibilità di chi non lo merita, certo di non riuscire neppure a scalfire quella dei nuovi barbari… è una foto in bianco e nero, scattata durante l’occupazione belga del Congo, nella quale un uomo fissa il piede e la mano amputate della sua bambina di cinque anni appoggiati su un muretto. L’uomo è stato punito per non aver raggiunto la sua quota di produzione giornaliera di gomma.

Potete trovarla facilmente in web, o lasciar perdere, come io vi consiglio. Il rischio, se sbagliate, è di trovare quella di qualche altro bambino, appena più grande, impiccato per gli stessi motivi, con a fianco un prete che regge in mano il Vangelo.

Proviamo a parole…

Il bambino soldato vede apparire in sogno il viso del compagno di giochi, ammazzato a bastonate per avere salva la vita. Gli sente chiedere “perché’ ?”… pensavate davvero che la guerra potesse asciugare il cuore di un bambino fino a farlo dormire senza incubi? 

La donna di colore culla ancora il suo neonato. Non sa se sia morto di dissenteria, di malaria o di aids, o forse lo sa, ma per lei non ha molta importanza. Piange senza convulsioni… pensavate davvero che una madre, perché nata in uno degli angoli dimenticati del mondo, provi per la perdita del proprio figlio un dolore diverso da quello che provereste voi? 

Il bambino si appoggia incerto sul suo nuovo arto di plastica, poi improvvisamente abbraccia il medico che lo sta aiutando a muovere i primi passi. Lo abbraccia e lo ringrazia con lo sguardo… pensate davvero che essere diverso in mezzo ai diversi sia in qualche modo più facile? 

I bambini corrono e saltano intorno al camion che fila veloce sollevando la polvere. Il più bravo riuscirà a scalare la sponda e arrivare per primo ai rifiuti. Avrà i pezzi migliori, prima che vengano scaricati nella montagna fumante… pensate davvero che, nato e cresciuto ai margini della città immondezzaio, non senta più l’odore dolciastro della povertà? 

La bambina ammicca all’uomo che si è fermato sul marciapiede. Va via con lui e ride… pensate davvero che, oltre che ridere e ammiccare, potrà un giorno anche sorridere? 

Gli orchi non sono uomini, ma a volte assomigliano agli uomini. A volte assomigliano anche a un parente o a un vicino di casa. Altre volte non possono neppure assomigliare a delle persone… sono persone giuridiche. Anche i loro comportamenti sono diversi, ma si assomigliano: sempre gentili, sempre con qualcosa tra le mani, un giocattolo o un pupazzetto di peluche, una dose di latte in polvere o una dose e basta.

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Le parole ci definiscono agli occhi degli altri, descrivono ciò che siamo ma soprattutto tagliano via ciò che non siamo o non si presume che siamo, ci delimitano imprigionandoci dentro un tracciato, sia quando le abbiamo scelte noi che quando sono imposte da altri. Per questo rivendichiamo la parola “buonisti” e ne facciamo non un recinto ma una base aperta da dove e sulla quale può partire e svilupparsi un discorso e un confronto rivolto a chiunque, ma fondato sulla tolleranza e sul rispetto universali.

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