N. 2, ottobre 2018

A chi appartieni?

pubblicato il
20 Ottobre 2018

Non è vero che i bambini sono innocenti. Niente di più falso. Non pensate, genitori all’ascolto, ai vostri figli; i propri figli sono come le proprie madri o sorelle, sempre escluse da ogni sospetto come la moglie di Cesare. Pensate ai figli degli altri, quelli che vi ritrovate al ristorante, in autobus, al cinema o tra le palle in genere. Soffermiamoci sulla parola “innocenza”: etimologicamente vuol dire “non nuocere”, ossia non procurare danni. In tutta onestà, siamo proprio sicuri che i bambini, lasciati liberi di fare, non danneggino cose o persone? Diciamoci la verità, i bambini sono mostri di egoismo e di irresponsabilità, e appena crescono un po’ sono i primi a mostrare crudeltà verso gli zimbelli del gruppo o chi non si integra n generale. In breve, i bambini non hanno piena coscienza delle conseguenze delle proprie azioni. Dareste in mano una pistola carica a un bambino? Mi si obietterà che questa non è cattiveria. Vero, ma chi ha parlato di cattiveria? Qui si parla della capacità di operare per il bene, che non presuppone bontà, o non solo, ma capacità di capire le conseguenze delle proprie azioni.

“A chi appartieni?” è la domanda che ogni siciliano si è sentito rivolgere almeno una volta nella vita, e sulla quale sono stati versati fiumi di inchiostro dai sociologi: vuol dire infatti “di chi sei figlio, a quale famiglia appartieni” e spiega meglio di ogni trattato la natura della società tradizionale. La tendenza ad appartenere a una famiglia, un clan, una tribù, e da subito, ma soprattutto in seguito, a rappresentarla. Da qui la parziale irresponsabilità (ogni azione è condivisa con la tribù) e la distorsione della moralità per cui il torto commesso da un membro della famiglia o tribù non può essere condannato, quantomeno non come quello commesso da un membro di un’altra tribù o famiglia.
Poi si cresce, e si trovano nuove tribù a cui appartenere. La tribù della propria scuola, del proprio quartiere, della propria città, meridionali contro settentrionali, laziali contro romanisti, italiani contro stranieri, lavoratori dipendenti contro autonomi, pidioti contro grullini. E molti di noi, non tutti ma molti, continuano a replicare l’atteggiamento tribale: difendo quelli della mia tribù, attacco quelli delle altre. E ritorna, o meglio rimane, attuale la domanda: “a chi appartieni”?

A Trento una signora quarantenne ha insultato e costretto a cambiare posto, su un autobus flixbus, Mamadou, 25 anni. “sei di un’altra razza”, pare che abbia detto, “sei di un’altra religione”. Mamadou, senegalese, lavoratore regolare, ha pianto. E alla fine, nonostante l’intervento della polizia, ha cambiato posto. Mamadou non era una persona, agli occhi della signora, era un colore, era una religione, era il rappresentante di una tribù diversa dalla sua.

Tutti abbiamo fatto sport di squadra, qualche volta almeno. Forse ci siamo resi conto del fascino insito nel sentirsi parte di un gruppo e coordinare le proprie capacità con quelle degli altri per confrontarci con un altro gruppo. È entusiasmante, almeno per me lo è.
Forse non tutti però riflettono sul fatto che gli sport nascono come simulazione della guerra e come alternativa alla guerra, incanalando l’aggressività naturale, che è un nostro lascito evolutivo, in attività inoffensive, se non per le articolazioni. Prive di conseguenze negative, se non qualche malumore. Innocenti.
Perché l’alternativa, la guerra, ha conseguenze catastrofiche. Questo è un ragionamento che guarda lucidamente alle conseguenze delle azioni: un ragionamento da adulto.
Ecco, qui torniamo al discorso iniziale.
Chi ragiona in termini tribali fa parte di un’umanità rimasta bambina, incapace di vedere le conseguenze delle proprie azioni: pregiudizio, rancore, inimicizia, violenza, nazionalismo, guerra; un’umanità che, buona o cattiva, produce il male. Ogni volta che parlate con qualcuno, che accostate qualcuno, e prima di rispondere o anche solo di sedervi vicino a lui, in autobus, per la strada, al lavoro, sui social, ogni maledetta volta che prima di pensare a lui come persona pensate a quale tribù appartiene, state portando l’umanità verso l’autodistruzione, state tagliando il ramo sul quale siete seduti. State agendo o solo pensando da bambini irresponsabili: non necessariamente con cattiveria, ma sicuramente senza alcuna saggezza.

Produciamo il male, ogni volta che di qualcuno pensiamo “a chi appartieni?”.

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3 Commenti
  1. Rispondi

    mmyg

    12 Gennaio 2019

    Giuseppe mi hai fatto sobbalzare sulla sedia: scopro oggi che siamo tutti bambini! O cuccioli. I leoni stanno coi leoni, le zebre con le zebre, le marmotte con le marmotte; tutti cuccioli son dunque; e in quanto tali egoisti, irresponsabili, crudeli! E io con loro, cucciolo d’uomo ovvero bambino eterno. Devo essere un caso patologico. Il senso di appartenenza ha cominciato a possedermi fin da bambinello, senza poter scegliere divenni parte di una delle due bande del paesello e le offrii il cuore, poi crebbi e nel 1982, sempre senza poter scegliere, divenni parte di una banda ancor pìù grossa, enorme, gigantesca; la chiamavamo Esercito Italiano.

    All’interno di quel gruppo andai a far parte di un sottogruppo di 2.000 bambini come me e sbarcammo a Beirut; lì, ci avevano detto, ci sono bande amiche e bande rivali, così noi bambini avremmo potuto divertirci. E ci divertimmo infatti! Oh se ce la siam goduta; giocavamo sempre a “cattura il cecchino”, era il nostro gioco preferito, le regole erano semplicissime: se riuscivi a prendere un cecchino senza farti accoppare il premio era di aver salvato la vita a tutti quei civili a cui non avrebbe potuto sparare!

    Un giorno stavo giocando con altri bambini della mia banda ad un nuovo gioco, si chiamava “scorta l’autobotte piena di acqua all’ospedale da campo” e durante la strada che ti vediamo? Una bambina coetanea nostra che se ne stava chiusa dentro ad una specie di armadio di ferro sotto al sole; “a che gioco stai giocando bambina?” gli chiediamo, “ad un bellissimo gioco” dice lei, “il gioco trova marito o muori!”; “e come funziona questo gioco?” “è semplice” dice lei, “se trovo un tizio, uno qualunque che mi sposa, libero la fila e anche le mie sorelle potranno sposarsi, se non ci riesco mio padre mi accoppa così le mie sorelle saranno potranno andar per mariti!”

    WOW pensiamo, dev’essere divertente! “Alla grande!” dice lei, “il bello è che siccome sono un tantino cessa nessuno mi si fila, allora mio padre mi ha rinchiuso qui dentro nella speranza di potermi seppellire entro sera.” Fico eh?

    Siccome eravamo una banda di monelli ci siamo portati dietro con noi quella bambina fino all’ospedale da campo, così, tanto per fare uno scherzo a suo padre, pensa: chissà che rabbia quando non l’ha trovata dentro la scatola ahahahah!

    Ah si, mi ci trovo proprio bene dentro al branco io; eterno bambinone, sempre a giocare e a fare scherzi; ho anche una figlia a cui ho insegnato un sacco di giochi fantastici, come il “liberati dall’aggressore” e “strizza le palle a quello che vuole farti indossare il burka”; adesso anche lei ha una sua banda con cui gioca, si chiama “ordine degli avvocati” e si diverte tantissimo a difendere le bambine che giocano all’islam!

  2. Giuseppe Caleca
    Rispondi

    Giuseppe Caleca

    12 Gennaio 2019

    Vedi, forse ho dato una falsa impressione, scrivendo questo pezzo, cioè che io sia un seguace del comandamento cristiano “porgi l’altra guancia” sempre e comunque. Se questo è il caso, mi spiace e chiedo scusa, perché (purtroppo per la mia anima) non è così: se qualcuno mi dà un ceffone, a meno che non sia inequivocabilmente meritato, glielo ridò. Ma a lui, non a uno della sua famiglia, né a uno a caso del suo paese, né a uno a caso del suo colore, né a uno a caso della sua religione. Lo do a lui. Che, giusta o sbagliata, è un’azione da adulto. Come lo è difendere le donne da chi cerca di abusarne o di sfruttarle, o in generale difendere la vittima dal violento, il debole dal prepotente. Anche con le armi, se non c’è altro mezzo. Ma, come tua figlia saprà bene, la responsabilità penale è personale. E benché sia giustamente previsto il reato di associazione a delinquere, di ogni singola persona che ne è accusata deve essere dimostrata la volontaria e consapevole adesione ai fini criminosi dell’associazione.
    Tornando a quanto ho scritto, Mamadou può e deve essere, più che insultato, anzi perseguito, ma per quello che eventualmente abbia fatto lui, non per quello che ha o avrebbe fatto uno o un qualsiasi numero di persone che hanno in comune con lui lingua, fede o colore della pelle. Per quello che ha fatto lui. Il resto è tribalismo, sì, infanzia irresponsabile dell’umanità.

  3. Rispondi

    mmyg

    12 Gennaio 2019

    Allora, Giuseppe, non è che siamo tutti bambini, è che alcuni sono pecore, come Mamadou che si mette a piangere per le invettive della signora, altri sono lupi che attaccano solo per far male come la signora che ha inveito contro Mamadou, e altri ancora sono cani da pastore, che difendono le pecore dai lupi!

    Ma i cani da pastore, per poter eseguire il loro lavoro con efficacia, devono possedere un forte senso di “gruppo”, un senso speciale, si chiama CAMERATISMO, un senso, meglio un sentimento, che si sviluppa solo in particolari condizioni, quando la vita tua è in mano ai tuoi compagni e le loro vita è nelle tue mani!

    Il cameratismo è il più forte dei legami, supera perfino quello tra madre e figlio, è un sentimento che non si può spiegare, si può solo vivere. Ho visto le crocerossine dell’ospedale da campo, esili suore, lavorare 14 ore al giorno senza un lamento, curavano tutti, aiutavano tutti, e non ancora sazie andavano a portare conforto a povera gente che litigava la spazzatura coi cani! Se ne andavano senza scorta, a gruppi di tre o quattro, quando avevano finito il turno massacrante, in mezzo alle macerie col rischio di beccarsi una fucilata da uno sniper o di saltare su una granata.

    Quelle suore appartenevano ad un gruppo, erano fiere di appartenere al loro gruppo e l’aggettivo che mi viene i mente per descriverle non è certo bambine immature ma eroine!

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Le parole ci definiscono agli occhi degli altri, descrivono ciò che siamo ma soprattutto tagliano via ciò che non siamo o non si presume che siamo, ci delimitano imprigionandoci dentro un tracciato, sia quando le abbiamo scelte noi che quando sono imposte da altri. Per questo rivendichiamo la parola “buonisti” e ne facciamo non un recinto ma una base aperta da dove e sulla quale può partire e svilupparsi un discorso e un confronto rivolto a chiunque, ma fondato sulla tolleranza e sul rispetto universali.

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