pubblicato il
13 agosto 2018

 

Ciò che abbiamo davanti agli occhi è la storia.
Abbiamo solo bisogno di preservare le nostre radici e di approdi sicuri.
E abbiamo bisogno di nostra Madre Europa.

Il 23 luglio è stato un lunedì caldo di questa strana estate, un giorno molto ventoso, terminato per fortuna in una serata ben più serena. Nel chiostro di ponente del monastero dei Benedettini di Catania, Davide Enia ha portato il suo Scene dalla frontiera, lo spettacolo tratto dal libro Appunti per un naufragio che l’autore palermitano ha pubblicato per Sellerio.

Il lavoro, uno studio per lo spettacolo più ampio che andrà in tour da quest’autunno nei teatri italiani, è un monologo ricco di richiami ai cunti popolari e si avvale per le musiche di un ottimo Giulio Barocchieri alla chitarra e voce. Uno spettacolo denso ed essenziale, punteggiato dai canti antichi dei pescatori, intessuto d’incursioni dialettali che alle volte alleggeriscono, più spesso trafiggono.

È il racconto della Lampedusa degli sbarchi, delle vittime di questo sistema atroce di migrazione inumana. Ma non solo. Ciò che mi colpisce dei lavori di Davide – non solo di questo quindi – è il suo narrare la storia mentre essa si compie nella vita dei protagonisti. Loro sono là, fanno delle cose normali, magari cucinano o fanno l’amore e la storia si muove, si manifesta nei loro occhi. Gli Appunti mi hanno trasmesso poi un senso di inadeguatezza e di stupore, perché se i ragazzi e le ragazze sui barconi hanno i riflettori puntati addosso, è il necessario desiderio di approdo, di riparo dagli eventi destabilizzanti della vita il dato più forte che ci accomuna. E lo leggo, magari sbagliando, nelle debolezze dei diversi personaggi che raccontano il mondo piccolo dell’isola, pregno di fatica di vivere in modo in fondo normale. Sono Melo e Paola, che sulle prime hanno avuto paura irrazionale della storia che sbarcava proprio davanti casa. È il sommozzatore, uomo duro, profondamente di destra, che passa la sua vita allenandosi per salvare le vite in mare e che si commuove come un bambino. Il sommozzatore che è gigantesco: e qui davvero bisogna percepire i gesti e ascoltare le sillabe per come son dette, le pause e dove cadono gli accenti, perché da noi in Sicilia le parole assumono un significato dalla smorfia che le accompagna e dal fiato che le genera. Un gigantesco che non è solo una proprietà muscolare, ma allude allo schianto della tempesta sugli scafi, oltre l’angoscia del salvataggio mancato, dei ricordi annegati tra le onde violente. Parole come cristiano per le croci nel camposanto dei senza nome, in quella terra senza difese, perdono ogni connotato religioso o etnico. Perché da noi i cristiani sono le persone e quel gesto misericordioso di disporre la croce sulle tombe solo un delicato atto di rispetto, che prescinde ogni colore, razza, confessione.

Davidù, la voce narrante e l’autore, prova a trovare anche per sé un approdo, mentre tanti cristiani della sua vita sono in bilico, e lo fa cercando le sue radici nel padre muto delle nostre famiglie sicule, scoglio su cui aggrapparsi che per convenzione o per scelta mostra i sentimenti con studiata ritrosia, più per autodifesa che per gelido calcolo.

Ecco, a me sembra che un po’ tutti stiamo cercando oggi di difenderci. La storia ci pone questioni gigantesche, almeno quanto lo sono le dimensioni fisiche del sommozzatore, ci strappa dalle nostre case di notte, indifesi ci scaraventa in alto mare, tra onde brevi e altissime. Ingollando acqua salata sentiamo bruciare la pancia e abbiamo tutti paura, tutti, compresi quelli che hanno voglia di costruire i muri per nasconderlo alla vista quel mare o che provano a ritirarsi negli entroterra afosi, cancellando ogni possibile via d’accesso, ogni utopico guado. Abbiamo il dovere di analizzarla questa paura e razionalizzarla, non di stigmatizzarla, provare a rintracciare i principi fondanti per la nostra civiltà, anche se questo appare adesso arduo e impopolare. Esattamente come nella scena finale nella quale Enia narra dell’alba del nostro mondo: una fanciulla fenicia in fuga, che giunge su una spiaggia e che quel mare riesce ad attraversare in sella a un toro bianco apparso d’incanto per volere di Zeus. Una ragazza fenicia di nome Europa, Madre nostra che figli di una traversata sul Mediteraneo infine siamo.

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Le parole ci definiscono agli occhi degli altri, descrivono ciò che siamo ma soprattutto tagliano via ciò che non siamo o non si presume che siamo, ci delimitano imprigionandoci dentro un tracciato, sia quando le abbiamo scelte noi che quando sono imposte da altri. Per questo rivendichiamo la parola “buonisti” e ne facciamo non un recinto ma una base aperta da dove e sulla quale può partire e svilupparsi un discorso e un confronto rivolto a chiunque, ma fondato sulla tolleranza e sul rispetto universali.

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