N° 1, settembre 2018

Avete rotto i cabbasisi!

pubblicato il
15 settembre 2018

Onestamente ve lo dico!
Avete rotto i cabbasisi!
E per chi la ignora, alla fine, vi racconto pure la storia; dei cabbasisi.

Se avete proprio bisogno di vivere in guerra costante, perché non vi trasferite in una bella zona desertica? Tutti insieme ad aizzarvi l’un l’altro e vi levate dai cabbasisi?
Possibile che non si possa più ragionare su nulla?
Possibile dover sempre abusare dell’ultima asserzione del Tractatus di Wittgenstein?

Whereof one cannot speak,
thereof one must be silent.

Di ciò di cui non si può parlare,
bisogna tacere.

Partiamo da lontano!
L’amministrazione Raggi propone di sterilizzare i topi, perché sappiate che i ratti di fogna stanno democraticamente anche a Roma. Verrebbe da dire pure in parlamento, ma lasciamo perdere. È chiaro che messa così la notizia fa ridere e pure tanto. Uno s’immagina la Raggi in giro nel sottosuolo romano con le pilloline da dare alle topine… – cavaliere per favore! –
Va be’ ci siamo capiti. E invece di pensare che di derattizzazione non ne sappiamo niente diamo fiato ai flame sui social.
Eppure, leggiamo un attimo qua:Sterilizzazione dei ratti
Mi sa che è il caso di documentarsi, che dite, perché non sembra affatto il metodo Ogino Knaus per le tope – ma cavaliere ancora lei?! –
Può darsi che ci sia una base scientifica e che si possa così evitare che il veleno entri nelle già compromesse catene alimentari. Effetto collaterale pericoloso è poi apprendere dell’intelligenza del topo, argomento questo che può minare l’ego specista umano.
Bene! A questo punto provate a spiegarmi perché il senatore Pillon, che sogna il covenant marriage a stelle e strisce (per altro limitato a pochissimi stati e in sé un fallimento di adesioni) e l’abolizione delle unioni civili, possa essere l’estensore di un ddl che si occupa di divorzio. Non voglio qui parlare del merito, che alla fine per fortuna non conosco, noto solo che dalle dieci persone interessate e informate con le quali ho parlato ho ottenuto dieci pareri diversi e spesso opposti. Sono temi delicati questi, dove lo stato entra nella carne viva delle persone e deve farlo con delicatezza estrema, lenendo le ferite e rassicurando i più deboli. Non con il ghigno terrificante dell’integralismo di qualunque matrice, ma con la carezza di chi aiuta chi è inciampato nella vita, magari portando croci dolorose e spesso invisibili.
Altrimenti si diventa veleno, come quello per i topi, si entra nelle catene alimentari, disseminando rancore e dolore anche tra i monolitici difensori della fede, chiamati alle armi contro il pericolo roditore. Tipi così tristi da andare in giro con le taniche di benzina (e con quello che costano le sole accise è già stupido così) per dare fuoco a due ragazzi gay che vogliono solo vivere in pace amandosi.
E sempre più spesso, privi come siamo dell’intelligenza del topo che impara in fretta quanto l’esca possa essere pericolosa, ci cibiamo d’intolleranza e odio, trotterellando poi stupidamente felici verso la nostra stessa morte.

🙏 Sayonara

I cabbasisi sono i tuberi ovoidali, coperti di fitta peluria, del Cyperus esculentus.
Il nome è di derivazione araba: habb = bacca e aziz = splendida.
Quando ridete del gustoso doppio senso, citato dal commissario più amato dagl’italiani, ricordate che ascoltate un suono vecchio di millenni. Sillabe antiche che sanno di Mediterraneo e di coacervi di culture.
Suoni che per me sanno di casa, visto che la Zisa era il quartiere dove vivevo, chiamata così dal nome del palazzo arabo dove i re normanni, cristiani, riposavano dopo le battute di caccia nel parco del Genoardo, il paradiso in terra, in compagnia del loro harem e dei fidi emiri-ammiragli.
Un suono che ricorda Zyz, il fiore, il nome fenicio della mia città natale.
Quindi un favore, quando commentando il mio post vi verrà di tirare fuori il tema del ritorno al medioevo, ricordate che io, nel medioevo, vivevo in Sicilia.

Foto da Pixabay

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Le parole ci definiscono agli occhi degli altri, descrivono ciò che siamo ma soprattutto tagliano via ciò che non siamo o non si presume che siamo, ci delimitano imprigionandoci dentro un tracciato, sia quando le abbiamo scelte noi che quando sono imposte da altri. Per questo rivendichiamo la parola “buonisti” e ne facciamo non un recinto ma una base aperta da dove e sulla quale può partire e svilupparsi un discorso e un confronto rivolto a chiunque, ma fondato sulla tolleranza e sul rispetto universali.

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