N° 0, agosto 2018

Binari morti

pubblicato il
3 Agosto 2018

Il treno entrò in stazione lentamente, come faceva ogni volta che annunciava una delle sue soste. E le soste erano davvero tante, su quella rotta infuocata da Palermo a Milano.

In quel giorno d’Agosto del 1980, quel convoglio era come al solito carico di siciliani che tornavano al Nord dopo le ferie in terra natìa, e tra loro i miei zii, che come ogni estate mi avrebbero portato con loro in montagna dopo aver fatto un po’ di mare.

Arrivare a Bologna era sempre una piccola gioia, perchè era segno che il viaggio era quasi al termine, e da quel momento in poi il lungo serpentone metallico di vagoni affollati avrebbe trovato sul suo cammino solo il paesaggio piatto e innocuo della pianura padana. Ma quel 5 di Agosto non sorrideva nessuno.

Ad un quattordicenne nel 1980 non era dato parlare di politica con gli adulti. Non sapevo cosa fosse il terrorismo, non capivo bene a cosa si riferissero i miei genitori e i loro amici quando parlavano di “anni di piombo“, e l’unico ricordo che avevo legato a qualcosa di così terrificante e misterioso era l’assassinio di Aldo Moro. Capivo, nella mia mente di bambino, che lo avevano rapito e ucciso per impedirgli di fare qualcosa, ma non capivo perchè fosse stato necessario farlo. La politica era oscura e misteriosa, come il Telegiornale, che andava ascoltato sempre in religioso silenzio per non disturbare papà. E proprio al Telegiornale, da tre giorni, non si parlava d’altro che di quella esplosione che aveva distrutto la stazione di Bologna.

Il treno entrò, silenzioso come tutto quello che conteneva. E tutto quello che lo circondava. Ricordo che la prima cosa che mi colpì fu che … la stazione non c’era!! Tutti eravamo affacciati ai finestrini, tutti in silenzio. Nessuno parlava, nello stridore dei freni del treno, e nello strano viavai di ruspe che spostavano macerie. Era come vedere il Telegiornale dal vivo, per la prima volta nella mia vita. E come per Aldo Moro, l’unica cosa che riuscivo a pensare era “perchè”. Qualcuno cominciò a biascicare qualche preghiera, qualcun altro ad inveire a bassa voce contro gli autori del massacro. A raccogliere quelle parole erano solo quei binari morti, immobili come il dolore. E gli occhi di un bambino che per la prima volta capiva che suono assordante poteva avere il silenzio, mentre ricordava sua madre che diceva a sua zia: “…dai, restate qualche giorno in più, partite il 5 invece del 2!

TAG

LASCIA UN COMMENTO

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Partigiani del pensiero positivo

Le parole ci definiscono agli occhi degli altri, descrivono ciò che siamo ma soprattutto tagliano via ciò che non siamo o non si presume che siamo, ci delimitano imprigionandoci dentro un tracciato, sia quando le abbiamo scelte noi che quando sono imposte da altri. Per questo rivendichiamo la parola “buonisti” e ne facciamo non un recinto ma una base aperta da dove e sulla quale può partire e svilupparsi un discorso e un confronto rivolto a chiunque, ma fondato sulla tolleranza e sul rispetto universali.

Cerca per contenuto
Iscriviti