N° 1, settembre 2018

Cani bianchi

pubblicato il
3 Settembre 2018

Oggi, invece di parlare del Gran Ciarlatano dell’Odio, parliamo di libri…

“Keys guardò il cane. Tirò fuori dalla tasca dei jeans un pacchetto di Chesterfield e ne fece uscire una sigaretta picchiettandolo con le dita. L’accese e tornò a guardare il cane, con calma.
«White dog» disse. Cane bianco.
Ricordo l’irritazione che mi prese. Era davvero un po’ troppo semplice.
«Basta» replicai. «Non è divertente».
Lui mi osservò per un istante.
«White dogs» ripeté. «Li conosce?»
I suoi occhi continuavano a scrutarmi, come se avessi avuto due o tre secoli di storia nascosti in tasca. Poi continuò: «No, non sa cosa sono, certo. È un cane bianco. Viene dal sud. Laggiù chiamano “bianchi” i cani addestrati appositamente per affiancare la polizia contro i neri. Un addestramento con i fiocchi… una volta li addestravano per braccare gli schiavi in fuga. Oggi contro i manifestanti…”

Ci sono moltissimi libri contro il razzismo, a partire da La capanna dello Zio Tom per arrivare al capolavoro della Harper Lee. Del resto, il razzismo si cura leggendo ed è normale che la farmacopea abbondi. Non è facile, quindi, spiegarvi perché, a mio avviso, “Cane bianco” di Romain Gary è quello dal sapore più amaro, ma potrebbe essere il rimedio più efficace.
Anzitutto, assolutamente privo di retorica, controindicazione principale per questo tipo di medicinali, è invece ricco di pragmatismo e disincanto, principi attivi efficacissimi nel trattare una malattia così complessa, endemica e autoimmune: perché il razzismo si avvita su se stesso fino al punto in cui risulta praticamente impossibile distinguere azione e reazione. Solo uno scrittore come Gary, figlio di molte terre, e poliedrica somma di molte culture, poteva cimentarsi con successo in quest’impresa, poteva comprendere la complessità del fenomeno e sopportare l’amarezza nel vedere la giustizia che si muta in prosaica vendetta.
L’ambientazione è statunitense, in particolare californiana, dove Gary viveva con Jean Seberg negli anni sessanta. Era tramontato il Maccartismo, ma le ferite erano ancora fresche, specie nel mondo della celluloide cui la Seberg apparteneva come astro nascente. Erano i tempi bui dei fatti di Watts, dei disordini razziali e dei saccheggi, dell’assassino di Martin Luther King, dell’ascesa al potere di Bob Kennedy, tra molte contraddizioni e tristi presagi. Tempi durissimi per chi, bianco, possieda, suo malgrado, anche un cane bianco.

Un romanzo di un attualità dirompente per un’Europa dove ormai ci sono troppi cani bianchi, addestrati a braccare uomini in fuga da guerre e carestie, a fiutare il diverso, a mostrare zanne affilate su media e social, a sbavare falsità e menzogne. Tra poco, per quanto esperto possa essere l’addestratore, saranno troppo vecchi per poterne fare di nuovo normali cani. E a noi, come a Romain Gary, non resterà che augurarci di poterli ancora addestrare a mordere “anche” qualche bianco.

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