pubblicato il
26 settembre 2018

Sto leggendo un libro. Finora ho letto normalmente. Solo una leggera stanchezza dell’avambraccio, normale anche in considerazione della pesantezza del libro di quattrocento pagine con copertina rigida. Ma, presto, devo rivalutare la situazione come fa il navigatore quando ‘ricalcola’ ad ogni deviazione. Ricalcolo e rivaluto. Ricerco una posizione che riesca a placare il tremore. Ma le mie mani sono fuori controllo. Le mani si muovono come se fossero una frusta alle prese con quattro tuorli d’uovo e un etto di zucchero per preparare un dolce qualsiasi. Le righe del libro saltano, ogni tre ne prendo una. Leggo al trentatré percento. ‘Che male c’è?’, mi domando appena metto a fuoco la situazione. Quattrocento pagine in 133,3 periodico. Un bel vantaggio, un bel risparmio di tempo. Uno studente universitario che, invece di impiegare sessanta mesi (cinque anni per dodici mesi), ottiene una laurea piena in venti mesi. (Esprimo solo un concetto, sulla precisione dei calcoli non ci posso mettere la mano sul fuoco). Vada per essere un liberare, ma sento il bisogno di fermare il tremore delle mani. Se permettono vorrei essere io a scegliere momento e modalità. E adesso vorrei leggere la versione integrale del libro senza sconti. La soluzione che trovo non è quella di fermare le mani ma di poggiare il libro su un cosa stabile e rompere il legame tra mani e libro, tra tremore e lettura.
Dai cinesi si trova di tutto. Chiedo alla ragazza che si è avvicinata. (Che età abbia non capisco. Il cinese è incomprensibile quasi per tutto, dalla lingua all’età).
“Avete un leggio?”
“Ovvio, qui abbiamo di tutto. Come lo vuole? Di legno o di plastica? A inclinazione fissa o modificabile? Bianco o giallo, se di plastica, o castagno se di legno?”
“Quanto costano?”
“Di plastica, otto. Di legno, quindici. Legno buono. Vedi tu stesso. Come castagno. Inclinazione modificabile e adattabile. Io ti consiglio questo”, dice la donna, indicandomi la versione in plastica gialla, assecondando i miei occhi che si intrattengono proprio su quello in plastica gialla.
(Giuro che nella discussione con la ragazza, è solo un caso che non ci sia nessuna ‘erre’. Grazie al caso per avermi facilitato il compito)
“Se constatate difetti di inclinazione o di stabilità siamo a sua disposizione in ogni momento. Thank you”.
(Perché mi ringrazia in inglese? Perché la versione inglese di ‘grazie’ è ‘erre free’?)
Sistemo il leggio, bello giallo in plastica comprato in un negozio cinese, sette euro con sconto di uno. Lo alzo un poco, poi lo riabbasso per vedere la migliore posizione a costante altezza della seduta. Un lavoro che si fa una volta per tutte. Posiziono il libro e comincio. Anzi no, rinvio al pomeriggio, perché intanto la mia badante viene a prendermi per il pranzo.
Mangio senza dare importanza al gusto: ho fretta di finire ad incamerare calorie accantonando il piacere. Non mastico e mando giù bocconi grandi come quelli ingoiati da un serpente.
“Problemi di deglutizione? Ha difficoltà nell’ingoiare?”.
E’ una domanda di prassi, da manuale: si colloca a metà del controllo semestrale, sull’andamento del mio personale Parkinson. Si colloca tra tante altre, compresa quella, posta con grande discrezione sul come va… non si finga di non capire, per favore, siamo adulti e, forse, persino vaccinati.
Confesso che alle domande preferisco i movimenti e gli esercizi, ma la parte della visita che mi piace di più è il conteggio alla rovescia da cento in giù di sette in sette. Mi alleno, prima di entrare nell’ambulatorio dei disturbi del movimento. La so tutta a memoria meglio della ‘eran trecento erano forti e sono morti’ di un Pisacane che se ne andava la mattina a spigolare in cerca della spigolatrice che, gli avevano detto, veniva da Sapri. Con quel meno sette costante faccio un figurone. Mi sono allenato anche al meno sei e altri meno.
“Deglutizione?”
Ho finito di mangiare con velocità di spazzolone ruotante del mezzo dell’ufficio ecologia. Nessuna difficoltà.
Mi metto comodo. E’ la prima volta del leggio. Sono emozionato. Vivrei questa emozione se dentro di me non abitasse Park, con il suo tremore? Domanda retorica. Comincio a leggere. Ma non seguo lo sviluppo del libro la cosa più importante è la relazione con il leggio, la soddisfazione impagabile per la mia decisione di ricorrere a quel sostegno. Mi sento come il giorno in cui per la prima volta che ingoiai, col cuore a mille nell’attesa dei benefici promessi, la cosina blu.
Tutto tranquillo, procede senza inciampi. Leggo continuando a non capire. Passano dieci, venti, quaranta minuti. Esattamente ad un’ora, avverto un leggero movimento: forse sono stato io, magari con le ginocchia. Poi un altro tremore, poi un altro ancora più intenso e più lungo. Poi il movimento diventa ritmico e costante. Gli occhi cominciano a ballare e le righe a saltare. Non sono io a causarlo. E dunque?

Salto due mesi di indagini, intensi e carichi di turbamenti. Due mesi di assillo, due mesi di conferme dopo un’ora di lettura, cominciano i fastidiosi tremori che impediscono la lettura. Ho elaborato decine di ipotesi. Cestino la gran parte anche con l’aiuto di tanti amici di diversa scienza. Salto due mesi: vi stancherei. Risolvo la lunga questione, in meno di una riga.
Anche i leggii si ammalano e il mio leggio ha il Parkinson.

Foto da Pixabay

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