N° 0, agosto 2018

Il prezzo dei fatti tuoi. Capitolo 1 – la pubblicità mirata.

pubblicato il
29 Agosto 2018

Per chi ancora non lo sapesse, o tendesse a dimenticarlo, i social network non sono servizi gratuiti gentilmente messi a disposizione da amorevoli istituzioni per curare il nostro divertimento.

Sono sistemi di raccolta dati che vengono successivamente venduti per finalità pubblicitarie. Commerciali o di altro tipo. Tipo il consenso elettorale, per capirci.

E’ un tema importantissimo. A mio modo di vedere è “il” tema di questo decennio. E’ importante non dico dominarlo, ma almeno conoscerne i fondamentali.

La parte più ostica risiede secondo me nel fatto che il giochino è basato su tecnologie molto recenti, delle quali non esiste ancora una conoscenza diffusa, che abilitano dinamiche molto innovative e soprattutto “inesistenti in natura”.  Cioè nulla o quasi di quanto vediamo quotidianamente intorno a noi ci aiuta a capire come funziona “sottopelle” un social network, e ciò è la causa principale del fatto che la maggior parte di noi maneggia un sistema che ha per certi versi la potenza di una bomba atomica con la disinvoltura con la quale beve una birra.

Attraverso una serie di articoli cercherò di spiegare nel modo più semplice possibile di cosa si tratta, affinché sia chiaro, o almeno visibile, il pericolo.

Cominciamo oggi dal concetto di pubblicità mirata. Consideriamo quella “cosa” che comunemente chiamiamo “Internet” e cerchiamo di descriverla in termini di altri concetti già noti.

Diciamo che la rete internet in sé è vagamente simile al sistema di antenne di trasmissione e ricezione del segnale digitale terrestre. In questa ipotesi, possiamo immaginare ogni server che pubblica un sito web su internet come una specie di stazione televisiva, e ogni pc (o telefono, o tablet) che naviga su internet e sfoglia le pagine del sito web come l’analogo di un apparecchio televisivo.

A differenza di quanto succede con le emittenti televisive, tuttavia, le “emittenti internet” – cioè i server che pubblicano contenuti potenzialmente interessanti per noi – sono letteralmente una infinità, e proliferano continuamente. Non esiste quindi una “guida TV” per internet, e se anche esistesse sarebbe tanto monumentale da non essere praticamente consultabile come un numero di Sorrisi&CanzoniTV.

Invece, qualcuno ha inventato il “motore di ricerca”.

Esistono parecchi motori di ricerca. Per semplicità, parliamo nel seguito del motore più famoso – ovviamente Google – ma i concetti sono validi per tutti gli altri.

I programmi di Google passano il tempo a scansionare continuamente internet per andare a cercare, alla cieca, nuovi server, e nuovi contenuti (filmati, foto, testi). Ogni giorno, più volte al giorno, ovunque nel mondo. Trovati i nuovi contenuti li “indicizzano”, e conservano l’indice.

Grazie a questo lavoro preparatorio è possibile – come tutti sappiamo – interrogare l'”indice” di Google in modo diretto. Non dobbiamo cioè scorrere un elenco alfabetico di tutti i siti web esistenti come si faceva con i vecchi indici cartacei, ma possiamo descrivere ciò che stiamo cercando con pochissime parole, e in una frazione di secondo il sistema troverà gli indirizzi di tutte le pagine (al mondo!) che contengono esattamente o circa esattamente ciò che stiamo cercando.

Un risultato grandioso. E persino fruibile gratuitamente !

Grazie, Google !

Aspetta. Google non usa il proprio motore di ricerca per catalogare solo i contenuti ricercati sui server web, ma anche le ricerche effettuate da qualsiasi utente, e i risultati di tali ricerche.

Cioè: oltre a realizzare un indice di tutti i contenuti pubblicati su tutti i server del mondo, a beneficio di chi come noi potrebbe volerli ricercare, Google tiene anche un indice dei “nostri interessi”, nel senso delle ricerche che abbiamo effettuato, i risultati delle stesse, e tutte le ricerche successive. Per sempre.

E cosa se ne fa?

Li vende, ovviamente.

Come “li vende”? E a chi?

A chiunque abbia interesse a mettersi in contatto con chi ha un certo interesse. Per esempio per vendere un prodotto, o un servizio. Se voglio vendere pannolini per bambini ho interesse a “mirare” chi ha un figlio piccolo, no?

Fammi capire: Google sa che ho cercato uno zaino per mio figlio, e quindi vende la mia email o peggio il mio numero di telefono ad un produttore di zaini affinché questo mi bombardi di e-mail e telefonate ?

Noooo. E’ molto, ma molto più ingegnoso di così!

Tu ed io leggiamo oggi lo stesso quotidiano cartaceo, ognuno la propria copia, ognuno a casa propria. In copertina c’è un riquadro pubblicitario. Sia la mia copia che la tua conterranno lo stesso annuncio. Ovvio no?

Tu ed io andiamo a visitare oggi il sito web di quello stesso quotidiano, alla stessa ora. Tu con il tuo computer, io con il mio. Sulla pagina principale c’è un riquadro dedicato alla pubblicità. Sul tuo schermo appare un annuncio diverso da quello che appare sul mio. Com’è possibile?

Oltre a registrare sui propri server tutto ciò che hai cercato, e come ti ha risposto, Google lascia sul tuo pc (o smartphone, o tablet) una sorta di Segnalibro. Serve a collegare il fatto che quelle ricerche, archiviate sui server di Google, sono state realizzate da quel computer, cioè da te.

Sulla pagina del sito web del quotidiano di cui parlavamo il programmatore non ha inserito un annuncio pubblicitario specifico come invece ha fatto il tipografo sul quotidiano cartaceo, ma al suo posto ha messo un semplice richiamo ad una funzione di Google che si chiama Ad Sense.  Quando visiterai la pagina di quel sito e visualizzerai quella sezione della pagina Ad Sense si attiverà e andrà a cercare all’interno del tuo computer il Segnalibro, accoppiandolo con il proprio archivio.

In tal modo Ad Sense farà apparire nel riquadro sul tuo PC pubblicità alquanto, o molto, “interessante per te”, perché con ogni probabilità sarà correlata ai contenuti delle ricerche che tu stesso hai effettuato in passato.

Non è di per sé una brutta cosa: posto che un po’ di pubblicità sei abituato a riceverla quando sfogli un quotidiano o guardi la TV, è meno peggio visualizzare annunci di prodotti potenzialmente interessanti anziché cose di cui non ti interessa nulla, no?

L’inserzionista pubblicitario avrà interesse a pagare lo spazio pubblicitario su un sito ad alto traffico, senza preoccuparsi troppo dei contenuti del sito, concentrandosi quindi sul proprio messaggio pubblicitario (l’efficienza dello slogan, del video, della foto). Se Google “sa” che cerchi sempre articoli per pescatori e visiti siti web per appassionati di pesca, ti mostrerà automaticamente pubblicità di esche e stivaloni anche mentre stai visitando il sito del Sole24Ore.

Per il proprietario del sito web, infine, sarà tutto molto più facile. Potrà fare completamente a meno di una organizzazione di vendita dei propri spazi pubblicitari. Gli basterà iscriversi ad Ad Sense, integrarlo sul sito, e questo comincerà a far passare pubblicità di fronte agli occhi degli utenti. Il proprietario del sito non saprà neanche quali pubblicità saranno passate (non gli interessa!) e riceverà automaticamente una specie di “royalty” per ogni passaggio pubblicitario efficace.

Riassumiamo:

  • Google cataloga tutto ciò che viene pubblicato su Internet.
  • Offre gratuitamente a tutti (noi) il servizio di ricerca dei contenuti pubblicati al fine di catalogare le parole, i modi e i tempi delle ricerche effettuate, cioè i nostri interessi.
  • Offre a pagamento la consultazione dell’archivio delle nostre ricerche, cioè dei nostri interessi.
  • Il meccanismo di accesso all’archivio degli interessi è incredibilmente efficiente per le aziende clienti, le quali hanno meno costi di marketing operativo, il che aiuta Google a tenere alto il prezzo del proprio servizio.

E’ così che, nonostante tu non gli abbia mai versato 1 euro, Google è diventata una delle più ricche e capitalizzate aziende del pianeta.

Occàvolo…  Io non ho chissà quali interessi strani o di cui mi debba vergognare, ma leggerla così, piatta, “Google fa soldi facendosi i fatti miei”, un po’ mi da fastidio lo stesso. Vabeh però ci sta dai. Loro diventano ricchi con la pubblicità, ma a me non costa nulla. Dove sta il problema?
Aspetta. Fin qui stiamo ancora “scherzando”.
[Continua…]
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Partigiani del pensiero positivo

Le parole ci definiscono agli occhi degli altri, descrivono ciò che siamo ma soprattutto tagliano via ciò che non siamo o non si presume che siamo, ci delimitano imprigionandoci dentro un tracciato, sia quando le abbiamo scelte noi che quando sono imposte da altri. Per questo rivendichiamo la parola “buonisti” e ne facciamo non un recinto ma una base aperta da dove e sulla quale può partire e svilupparsi un discorso e un confronto rivolto a chiunque, ma fondato sulla tolleranza e sul rispetto universali.

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