N° 1, settembre 2018

Il primo tremore non si scorda mai

pubblicato il
11 Settembre 2018

Quella mattina avevo fatto la più comune colazione all’italiana: una tazzina di caffè.
E poi? Poi cosa? E che vorreste? Un cappuccino con un cornetto vuoto da inzuppare e da fare gocciolare nel suo transito verso la bocca. Una bomba alla crema? Una granita con panna e brioche?
Solo un bel caffè, ristretto e amaro. E poi? Si fuma. L’indefinibile gusto della sigaretta si appiccica al palato impregnato dal caffè: sinfonia del mattino. Perché l’uomo non riesce ad emanciparsi dalla costante tentazione delle proibizioni? Maledetto il giorno in cui fu vietato il fumo nei bar. Passi nelle belle giornate di sole, ma quando piove non c’è altro da fare che…Smettere di fumare? Non mi piegherò mai alle campagne contro il tabagismo, alla giornata mondiale senza il fumo, alla propaganda subliminale in favore del divieto. Niente di questo: gli uomini si riconoscono nei momenti di difficoltà: E dunque? Esco dal bar e mi appoggio al muro stringendomi al massimo per stare al riparo del ballatoio di sopra. Mi pare una fila indiana, ma non uno dietro l’altro ma l’uno affianco altro. E si parla girando collo e testa a destra e a sinistra, e mai avanti e dietro, perché non esiste un avanti e un dietro, perché davanti c’è la pioggia e dietro c’è il muro. Fumare quando piove è il massimo della fedeltà al tabacco. Costringerti a fumare in faccia alla pioggia, è crudeltà. Ma la legge è legge e anche gli errori diventano ordine.
Un bel caffè e una sigaretta. La quotidiana linea di confine tra il prima e il dopo. E che vuol dire? Il dopo è il lavoro. Il prima è a piacere: ognuno faccia il prima che vuole.
“Le posso portare i documenti da firmare? Lettere d’invito, mandati di pagamento, stipendi. Oggi ce n’è per tutti i gusti e ci vuole del tempo per vederli e poi firmarli”.
“Cominciamo subito, non lasciamo tempo in mezzo, tagliamo la testa al toro, togliamoci il pensiero, meglio fare che rinviare.” Metto tutto l’armamentario di proverbi in materia che io conosca. Mi passa per la mente ‘chi la fa, l’aspetti’. Mah, non so che farmene.
Una montagna di cartelle, non tutte piene allo stesso livello, ma mettendole in pila, sì siamo oltre ai trenta centimetri. Togliendo lo spessore delle cartelline di cartoncino sottilissime, il netto resta consistente. Faccio scroccare le dita e via. Comincia bene, la mano è morbida e fluida. Poi inizia un fastidio, come da tremore che resta dentro, non incide sulla firma. Poi, il tremore esce dalla mano, con garbo anche se la firma perde appena la sua rotondità. Inalterate restano le sigle. Tengo duro, siamo quasi alla fine. Adesso il tremore è evidente. Potrebbe essere un effetto del caffè? Capita, alle volte. O che altro? Aspetto uno di quei segni? Un parkinsoniano di ferro e di lungo corso, con migliaia di giornate tremanti, un eroe vero e proprio, un punto di riferimento per neofiti in attesa di segni, l’uomo su cui si può fare affidamento in ogni circostanza. Uno che si muove su un gradino appena più sotto di Siddharta o di Marx. Insomma, questo Sua Santità che forse sta solo nelle mie audaci proiezioni, mi ha detto che il primo segno è il tremore delle mani e nella degenerazione della firma che costringe chi di firme vive a depositare, in banca o altri istituti ed enti, una ventina di diverse firme più tre bonus mensili di ‘cicrediamolostesso’. Cambiai identità sulla carta, meglio dire ‘sulle carte’, ad una evoluzione che meglio non poteva essere.
Meno rapido e meno profondo, fu il mutamento dell’aspetto: la mia bocca tirata a sinistra dal tremore delle labbra. Mi da’ una bella sensazione di dinamismo. Non ho mai temuto di trasformarmi in un ‘quasi altro’: anzi considero straordinaria la possibilità di presentarmi sotto mentite spoglie in base all’ora e al collegato assorbimento della pilloletta, con posologia 3 al giorno aspirante a 4. Ogni sei ore solo di giorno: la prima ora, transito dei principi attivi con presenza di tremori, la seconda di presa di possesso del farmaco con attenuazione dei fenomeni tramite penetrazione nel cervello, terza quarta e quinta senza tremori, sesta ora forte variabilità da mosso a molto mosso con tendenza all’agitato. Come potrei fare marcia indietro verso il passato prepark, senza provare le attuali sensazioni, ore sempre uguali, senza sbalzi, senza godere della meraviglia del vitale dinamismo dei cambiamenti. Meglio la dinamica del trema non trema, nelle ore variabili. Come non gioire quando sei in grado di risolvere con immensa soddisfazione un cruciverba senza che gli scatti abbiano fatto scorniciare le lettere. O, come si può rinunciare agli improvvisi spasmi del braccio – solo uno, il destro, per il momento, con probabile estensione al sinistro- che rendono speciale la sincronia da direttore d’orchestra che si esercita in ogni luogo e in qualsiasi momento secondo i tempi di assorbimento delle medicine.
Il primo tremore che in breve diventa presupposto di tanti altri ‘primi tremori’. Presi uno ad uno sembra un verso della Commedia con una sola parola. Ma nell’insieme è un coro muto fatto solo di movimenti che vengono da fuori della sfera di controllo di ogni parkinsoniano vero. Braccia che si portano velocemente la mano di competenza dietro una spalla per richiamare il braccio al petto opposto, mentre il collo mette a dura prova delle ossa della cervicale con movimento a scatto da destra a sinistra. Non capisco quale motivo logico induce il cervello a non includere nel movimento anche le gambe o solo i piedi in doppia tensione da estensione della caviglia o contrazione portando le dita verso l’altro del dorso del piede come si fa con l’atleta in preda dei crampi?
Questione di tremori, spasmi ed altro

Foto da Pixabay

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Le parole ci definiscono agli occhi degli altri, descrivono ciò che siamo ma soprattutto tagliano via ciò che non siamo o non si presume che siamo, ci delimitano imprigionandoci dentro un tracciato, sia quando le abbiamo scelte noi che quando sono imposte da altri. Per questo rivendichiamo la parola “buonisti” e ne facciamo non un recinto ma una base aperta da dove e sulla quale può partire e svilupparsi un discorso e un confronto rivolto a chiunque, ma fondato sulla tolleranza e sul rispetto universali.

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