Manifesto

Buonisti.it

Partigiani del pensiero positivo

 

  1. Perché buonisti.

Nel periodo delle leggi razziali, gli italiani che non approvavano la politica antisemita del regime fascista venivano chiamati spregiativamente “pietisti”. Allo stesso modo da qualche anno a questa parte coloro che non aderiscono a una visione nazionalista, autoritaria e , in varia misura, razzista dello stato vengono chiamati “buonisti”, a volte con il concettualmente discutibile rafforzativo “falsi buonisti”. In ambedue i casi viene coniato un termine derivato, perché oggettivamente difficile caricare di significati negativi i termini originari “pietà” e “bontà”. Difficile disprezzare un buono, molto più semplice definirlo “buonista” come ad intendere una falsità di fondo nel suo sentimento.

Le parole ci definiscono agli occhi degli altri, descrivono ciò che siamo ma soprattutto tagliano via ciò che non siamo o non si presume che siamo, ci delimitano imprigionandoci dentro un tracciato, sia quando le abbiamo scelte noi che quando sono imposte da altri.

Il più efficace gesto di ribellione alla violenza di una parola coniata e imposta per ingabbiare una categoria di persone ma anche le idee e i sentimenti che queste persone esprimono, non è quindi il negare l’esistenza o il valore della parola, o rifiutare il collocarsi dentro il recinto di quella parola: ma rivendicare la parola e darne una valenza opposta a quella insita nelle intenzioni originarie; prenderne il controllo e toglierla di mano agli altri. Se io non ritengo la parola un’offesa, tu sei disarmato.

Per questo rivendichiamo la parola “buonisti” e ne facciamo non un recinto ma una base aperta da dove e sulla quale può partire e svilupparsi un discorso e un confronto rivolto a chiunque, ma fondato sulla tolleranza e sul rispetto universali, con l’eccezione degli intolleranti, come Popper insegna.

 

  1. Quale obbiettivo?

Nessun frutto politico nasce da un terreno culturale inadatto.

Dove per cultura si intende tutto il complesso delle informazioni, abitudini e convinzioni, modi di consumo e svago, valori e opinioni morali, che formano lo stato d’animo e il carattere del cittadino medio. In questo senso non è difficile vedere come le attuali tristi condizioni del confronto politico nel nostro Paese traggano origine da una involuzione culturale che ci ha abituati a privilegiare l’ignoranza sulla conoscenza, l’arroganza sulla gentilezza, la faziosità sulla coscienza politica. Se oggi ci dividiamo su qualsiasi argomento  in gruppi di ultrà urlanti con la bava alla bocca slogan sgrammaticati, se oggi i penultimi della società non trovano di meglio che prendersela con gli ultimi, non lo dobbiamo tanto o soltanto a questo o quel partito politico, ma in ben più ampia misura a chi ha gestito il processo di acculturazione degli italiani: scuola, stampa, televisione, giornali. Certo, in molti casi le cose hanno coinciso; ma è importante capire che è del tutto inutile promuovere nuovi soggetti politici se parallelamente o preventivamente non si crea un terreno dove veicolare messaggi e linguaggi diversi.

 

  1. Quale linguaggio?

Siamo arrivati a quell’età in cui non si ha più voglia di perdere tempo a guardarsi l’ombelico o a raccontarsi come siamo bravi e intelligenti in un recinto chiuso mentre fuori la barbarie trionfa.

E la stessa contrapposizione tra “barbari” e no è una trappola linguistica e semantica da cui, caduti dentro, è quasi impossibile uscire. Non esistono barbari, esiste il Paese a cui sono state somministrate soluzioni semplici a problemi complessi, e ovviamente sbagliate; il Paese che è stato abituato a un linguaggio elementare e a un volume troppo alto.

È quindi una condizione essenziale perché il terreno sia fertile, che il linguaggio impiegato esprima opinioni di valore (da qualsiasi parte vengano) in un linguaggio comprensibile a chiunque abbia in casa una televisione. Perché è quello l’avversario, prima ancora del politico; il linguaggio che giorno dopo giorno priva della coscienza critica e della capacità di analisi del testo qualunque cittadino. In questi anni è stata perpetrata una azione scientemente volta ad assuefare la gente alla paura e al discorso di pancia. Il discorso rivolto alla pancia è veloce, anche e soprattutto quando dice cose orribili. Occorre essere altrettanto o più veloci dicendo cose sensate.

Il popolo che un tempo scendeva in piazza per la giustizia sociale adesso manifesta contro l’immigrazione. Sono stati bombardati per anni da una narrazione scollegata dalla realtà ma facile e in un certo senso consolatoria. Occorre raggiungerli con una narrazione diversa, altrettanto efficace ma opposta e vera.

 

  1. Chi?

Analogamente alla assenza di un linguaggio altrettanto veloce e una narrazione altrettanto penetrante di quelli utilizzati dalla cattiva politica, sembra totalmente assente ogni piattaforma di azione comune sul piano politico per i soggetti progressisti; ma anche sul piano culturale, il versante progressista vede pochi intellettuali agire, e in ordine sparso. Non si tratta qui di organizzare girotondi: si tratta di elaborare proposte e analisi, e trovare punti di riferimento per un confronto tra soggetti diversi con un obbiettivo comune, che non può che essere quello di risanare il dibattito, e ricucire l’abisso tra intellettuali e popolo, nel momento in cui gli uni vengono visti dagli altri come spocchiosi snob chiusi nelle loro torri d’avorio, e viceversa gli uni pensano gli altri come ignoranti, ottusi analfabeti funzionali.

Quindi qualunque soggetto che si riconosca nei valori democratici è non solo ben accetto, ma chiamato a contribuire, alle condizioni che non si cerchi di coltivare orticelli personali, e si sia disposti ad adottare un linguaggio inclusivo, tenendo ben presente che l’obiettivo è incidere sulla realtà rendendo comuni ed accessibili gli strumenti culturali per elevare la consapevolezza critica di qualunque cittadino italiano.

 

È il momento di prendersi delle responsabilità.