N° 0, agosto 2018

Razze. Un racconto di Giuseppe Caleca (parte prima)

pubblicato il
10 Agosto 2018

Questo racconto lungo è stato pubblicato nel dicembre 2016 nella raccolta “Altri Giorni” edita da Arpeggio Libero. 
Quando l’ho scritto non si era ancora sollevata tutta questa polvere sul fenomeno del caporalato e dello schiavismo nei campi di pomodoro, ma evidentemente le cose sono sempre state lì per chi voleva vederle. 
Le puntate, sei o sette, saranno pubblicate ogni venerdì su Buonisti.it, ringrazio Fabio Dessole per il nulla osta.

 

27 maggio 20…

Questa è solo la descrizione dei fatti che sono accaduti negli ultimi anni. Nora ha voluto per forza farla scrivere a me, perché dice che è un lavoro che mi spetta. Lei è qui accanto a me e corregge i miei errori ma so che il mio modo di scrivere è bruttissimo lo stesso. Lei però dice che non importa, mi aiuterà a migliorare lo stile. Io le (ecco: avevo scritto “gli” ma mi ha corretto) dico sempre che non voglio più ricordare, voglio solo scappare in un posto dove nessuno può trovarmi, ma Nora insiste, dice che solo io so tutto. Mi chiedo, e le chiedo, perché devo scrivere questo? A chi potrà interessare? Chi potrà crederci? Hanno già modificato le pagine di internet, e non si trovano più le riviste di questo periodo, e anche le fotografie più vecchie, le stanno cambiando, le stanno ritoccando, e tra pochi anni nessuno ricorderà com’era la vita di prima. Ci troveranno e ci elimineranno dalla storia. Lei e gli altri amici dicono che non si può cancellare ogni traccia, e che faranno tante copie così nessuno potrà dimenticare, ma io penso che in realtà la gente voglia proprio  dimenticare. Voglio bene a tutti loro, alla fine lo faccio solo per questo.

E allora comincio a ricordare.

Chi sono io? Sono un uomo, con una faccia da uomo.

Chiamatemi Jan.

Tutto il casino cominciò nel mese di agosto di tre anni fa. Ne sembrano passati tanti. Ero in Italia da quattro mesi con mia figlia Helena. Però voglio cominciare a raccontare da quando sono arrivato.

Nel mio paese stavamo morendo di fame: nessuno della mia famiglia aveva parenti in politica, non si trovava lavoro e non volevo rubare. Alla fine mi ero deciso, sarei andato a cercare fortuna migliore. Non avevo soldi per il viaggio e non avevo contatti all’estero, così avevo parlato con delle persone che aiutano a emigrare. Dissero che avrebbero anticipato i soldi e io sarei andato subito, mentre mia moglie Paula con l’altra mia figlia restavano a casa per garanzia della restituzione del denaro. Poi avrebbero fatto arrivare anche loro. I miei vicini di casa dicevano che erano brave persone, e io dissi va bene. Cosa potevo fare?

Entrai in Italia in un camion che portava legname. Le guardie si voltarono da un’altra parte. Il camion scaricò il legname ed anche noi, in quattordici, in una città del nord.

Per tutto il primo giorno camminai con mia figlia per mano guardando le vetrine piene di cose: vestiti, scarpe, televisori, e supermercati pieni di roba; ero così contento che mi scordavo perfino della fame, ed entravo e uscivo dai negozi con un grande sorriso sulla faccia, e siccome vedevo che tutti compravano ed erano vestiti bene ero ancora più contento, qui non era come a casa, qui tutti erano ricchi, allora lavorando forse sarei diventato ricco anch’io. Ma a me bastava un po’ di pane per me, per mia moglie e per le mie figlie, e mi dicevo: se tutti comprano scarpe e computer vuoi che non ti diano un po’ di pane? E mia figlia aveva il sorriso di quando venivano gli zingari con le giostre, su nel nostro paese, con tutti quei colori intorno che facevano festa.

E poi, mentre ero al supermercato, un uomo con la divisa mi fermò e mi disse: che cosa fai qui? Perché giri da un’ora senza comprare niente? Stai rubando? No signore, guardavo, dissi, in qualche modo, perché non parlavo bene l’Italiano, e lui: ora vediamo, e mi mette le mani addosso, e mi fruga per vedere se avevo portato via qualcosa; ma a me nella mia vita nessuno mi aveva dato del ladro, e cercavo di dirglielo e lui: te ne vai o chiamo la polizia? E aveva la faccia cattiva, come se gli avessi fatto qualcosa, e io pensai che non avevo il permesso, e abbassai gli occhi e andai, e lo sentii ridere e dire forte: tutti uguali, tutti ladri, e la gente si era girata a guardare e io vedevo le loro facce: alcune erano cattive, altre sembravano dispiaciute. Helena mi guardò spaventata e si mise a piangere, e io le dissi che non era niente, era solo un uomo stupido; ma ormai la gioia era finita, e mi ricordai che non avevo ancora un posto dove dormire, e anche se non era tanto freddo non volevo che mia figlia dormisse per strada.

Camminai tanto, per fortuna ero abituato, e mentre camminavo mi accorgevo che c’erano sempre meno vetrine, e sempre più spazzatura, e dopo un po’ vidi case povere come c’erano a casa, e fumo di fabbriche, e nessuno che camminava per strada, passavano solo macchine. Poi vidi una casa che fuori portava scritto rooms e capii che affittavano stanze per dormire. Entrai e chiesi quanto costava. Tutti i soldi che avevo non bastavano neanche per Helena. Dissi che avevo bisogno di aiuto, che il giorno dopo avrei trovato un lavoro e di farlo per la bambina, per piacere. Prima sembrava che non ci fosse niente da fare, poi l’uomo dietro il banco con il collo grosso e molle e gli occhi addormentati guardò mia figlia e disse che per una notte potevo dormire sul divano, e la bambina in un lettino vero, che c’era nella stanza della sua moglie morta. E io mi coprii con dei fogli di giornale e sognai di Paula.

Mi svegliai con mia figlia che mi chiamava con la voce piena di paura. Mi alzai e vidi lei che correva verso di me, la magliettina sfilata da una manica e senza scarpe. E dietro, in fondo al corridoio, vidi fermarsi l’uomo col doppio mento, affannato come se avesse corso. Il sangue mi saliva alla testa, sentivo le vene battere, non potevo credere che quell’uomo volesse fare del male alla mia bambina. E lui con la voce cattiva, la stessa della guardia, disse: eh, chissà cosa ha sognato. Ma io vedevo negli occhi di mia figlia che non era vero. Lui guardò nei miei occhi e disse: Allora, barboni stranieri, se non vi piace qui andatevene. Andatevene, o chiamo la polizia. E io capii che se fosse venuta la polizia non avrebbe fatto niente per me, e mi venne voglia di ammazzarlo, ma non sono un assassino. E allora di nuovo andai via, senza sapere dove.

È stato allora che per la prima volta ho sentito, mentre la rabbia cresceva forte e grande e io mi sforzavo di trattenerla, qualcosa cominciare a cambiare dentro di me, giù verso la pancia, indurirsi, una specie di noce dura di odio che non si scioglieva più.

L’indomani trovai lavoro: dovevo trasportare delle casse in un magazzino; le portava un camion, e poi se le veniva a prendere un altro camion. Il lavoro era pesante, mi dettero venti euro di anticipo e mi dissero che se scappavo mi denunciavano. Helena poteva guardare ma doveva stare zitta. A volte mi diceva piano: papà posso aiutarti, ed io piangevo, ma senza farmi accorgere. La sera la schiena mi faceva così male che non riuscivo a camminare. Ci portarono in un container dove c’erano delle brande. Gli altri guardarono me e mia figlia, e la mia faccia, si guardarono e mi indicarono una branda piccola che rimase tutta per noi.

Nelle casse c’erano i giornali che la gente non comprava. Li rimandavano indietro e poi li distruggevano. Allora, mentre i giorni passavano e la mia schiena si abituava, presi l’abitudine di toglierne uno per leggerlo quando avevo tempo, anche se all’inizio non capivo molto, però pensavo che mi serviva per la lingua e poi volevo capire.

Lavoravo e mandavo tutti i soldi che potevo a casa, e ogni tanto mi arrivava un biglietto di Paula: diceva che i soldi erano troppo pochi, che quelli ne volevano di più, se no non avrebbero fatto venire anche lei. Diceva che aveva paura, che quelli facevano quello che volevano e la polizia era d’accordo, e che mi amava tanto ma che aveva paura e voleva che la facessi partire presto.

E mi spaccavo la schiena a lavorare e pensavo alle facce che ridevano mentre ci prendevano in giro, alle facce dei delinquenti, dei presidenti, delle guardie e della gente che se ne fregava, e quella noce dura dentro me cresceva e batteva, era il cuore dell’odio.

Leggevo i giornali e pensavo: perché la gente non vede, perché non capisce cosa c’è dietro queste facce che ridono. La notte non dormivo per la paura, perché non c’era da fidarsi dei sorveglianti e ogni tanto gruppi di teppisti facevano le spedizioni contro gli stranieri come noi ed era meglio stare in guardia, e allora pregavo che il mondo cambiasse, perché pensavo che la gente buona doveva essere di più di quella cattiva, solo che non lo sapeva, forse.

Era luglio, quando uno del mio paese mi disse che giù al sud cercavano gente per raccogliere pomodori, che tanti nostri compaesani già lo facevano e avrei potuto lavorare al sole e guadagnare di più, c’era da spaccarsi la schiena ma in poco tempo si metteva da parte qualcosa. Io non mi fidavo tanto, perché avevo sentito storie strane quando ero ancora a casa, ma pensavo: tanto cos’ho da perdere? Invece dovevo saperlo: finché respira uno ha sempre da perdere qualcosa.

 

Un mese dopo la mia pelle era rossa e screpolata sotto un sole mai visto così cattivo, macchiata dai lividi sulle braccia e le gambe, e le mani mi bruciavano, era l’acidità dei pomodori; avevo perso tanto peso, il cibo era poco e quasi tutto lo davo a Elena che stava sempre male. Avevano messo a lavorare anche lei, “qui non ci sono parassiti”, ed era una fortuna che fosse secca e ossuta pure lei, dovevo capirlo presto. La sera dormivamo in un capannone, tutti insieme, i sorveglianti entravano quando volevano e se avevano bevuto ci picchiavano. Io ormai mi ero abituato a rannicchiarmi su mia figlia per ripararla dalle bastonate. Spesso prendevano le donne e le portavano nel corridoio e facevano quello che volevano. A volte non perdevano nemmeno tempo a portarle di là. La prima volta che lo vidi fare stavo per alzarmi ma prima di dire o fare qualcosa la donna che era vicino a me mi disse nella mia lingua “fermo, per il bene di tua figlia”. Poi mentre giravo la testa pieno di vergogna continuò: “cosa pensavi di fare? Ringrazia che nessuno di loro ha il vizio delle bambine. Ma se li fai arrabbiare lo sai cosa succede? Pensaci, stupido”. Io non riuscivo a pensarci, sentivo solo le lacrime che non riuscivano a uscire perché per la sete mi ero disseccato come uno stecco, e sentivo l’odio entrarmi dentro da ogni parete scrostata, da ogni faccia cattiva, da ogni risata sguaiata, con ogni bastonata che prendevo.

Conoscevo un po’ la storia e un po’ ricordavo i racconti di mio padre, e sapevo che durante la guerra così avevano fatto agli ebrei, e alla fine li uccidevano nelle camere a gas; ma lì vedevo solo campi per chilometri intorno e c’era solo il capannone, dove potevano ucciderci? Ma poi vidi uno di noi bastonato a morte e poi lo caricarono in macchina come se niente fosse quando si dettero il cambio. I guardiani avevano casa da un’altra parte, avevano mogli e figli e forse andavano a messa la domenica e non bastonavano i loro figli.

Non avevo più notizie della mia famiglia. Ogni giorno avevo più paura, e pensavo che forse la fortuna non c’era, alla fine. L’odio lo tenevo tutto dentro, e lo sentivo come una palla nera nella pancia, pensavo che mi avrebbe ucciso lentamente, ma non volevo morire: avevo due figlie. E Paula.

Un giorno nel campo ne muoiono due, della mia baracca. Uno per le botte e uno non si sa perché, e sento i guardiani che dicono che trasferiscono qui qualcuno da un’altra parte; ogni tanto lo fanno, sappiamo che ci sono altri capannoni, altri disgraziati come noi. La sera si apre la porta e viene spinta dentro una donna lacera e dall’aspetto miserabile; si guarda intorno per trovare un posto dove buttarsi, si guarda intorno con gli occhi di Paula.

È Paula.

 

La seconda parte è visibile cliccando qui

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6 Commenti
  1. Giancarlo Molinari
    Rispondi

    Giancarlo Molinari

    10 Agosto 2018

    Aspetto il seguito, per ora ti sei fatto leggere fino in fondo. Interessato alla vicenda, coinvolto e, molto intristito. Mio difetto, il male subito da altri è anche mio.

    • Giuseppe Caleca

      Giuseppe Caleca

      11 Agosto 2018

      Purtroppo succede anche a me. Soprattutto l’ingiustizia e la prevaricazione.

  2. Avatar
    Rispondi

    Rosa

    11 Agosto 2018

    Dolorosamente vergognante ,per ogni essere partecipe di questo assurdo vivere ;dove anche chi nulla fa è complice, di questo scempio perpetrato nei confronti dell’ altrui vita.Di quanto operato bisogna chiedere perdono.?, .sperando!

    • Giuseppe Caleca

      Giuseppe Caleca

      11 Agosto 2018

      Bisogna ricordare che siamo responsabili solo di quanto è in nostro potere, ma di quello lo siamo interamente. Da semplici cittadini, per esempio, abbiamo il potere della testimonianza, o del consumo responsabile.

  3. Avatar
    Rispondi

    Tony

    11 Agosto 2018

    Io resto sempre della opinione che questi poveri disgraziati dovrebbero essere aiutati nei loro paesi. Ci sono i missionari e dovrebbe essere anche compito dell’Onu pagato proprio per questo. Ovvio che quando vengono qui diventino carne da macello in mano alle mafie di tutti i tipi. Se non dovessero più arrivare anche questo business sarebbe sottratto a quei succhiasangue. Ora che son qui il problema esiste e ovviamente è di difficile soluzione. Anche migliorare il.loro stato sembra sia impossibile.

    • Giuseppe Caleca

      Giuseppe Caleca

      11 Agosto 2018

      Ti parrà strano ma sono d’accordo con molto di ciò che dici. La cosa su cui dissento principalmente è quando dici che se ne dovrebbe occupare l’Onu o i missionari. Eppure dovresti sapere che la carità non ha mai risolto i problemi di dimensioni nazionali o sovranazionali.
      Il problema è che se veramente volessimo aiutarli a casa loro dovremmo smettere di vendere le armi e di appoggiare i vari signori della guerra in cambio di favori sporchi (come facciamo in Libia dove il paese è diviso in tre e noi foraggiamo una fazione) o di petrolio, minerali o uranio, insomma smetterla di impedire lo sviluppo e accettarne però le conseguenze.
      Sarebbe contento il cittadino che dice aiutiamoli a casa loro, se sapesse che ciò comporterebbe una bella sforbiciata al suo potere di acquisto? Perché siam tutti finocchi col culo degli altri, e siam tutti generosi quando il portafogli non è il nostro 😉

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Partigiani del pensiero positivo

Le parole ci definiscono agli occhi degli altri, descrivono ciò che siamo ma soprattutto tagliano via ciò che non siamo o non si presume che siamo, ci delimitano imprigionandoci dentro un tracciato, sia quando le abbiamo scelte noi che quando sono imposte da altri. Per questo rivendichiamo la parola “buonisti” e ne facciamo non un recinto ma una base aperta da dove e sulla quale può partire e svilupparsi un discorso e un confronto rivolto a chiunque, ma fondato sulla tolleranza e sul rispetto universali.

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