N° 1, settembre 2018

Razze. Un racconto di Giuseppe Caleca (parte quarta)

pubblicato il
7 Settembre 2018

Questo racconto lungo è stato pubblicato nel dicembre 2016 nella raccolta “Altri Giorni” edita da Arpeggio Libero. 

La prima parte è visibile cliccando qui.

La seconda parte è visibile cliccando qui.

La terza parte è visibile cliccando qui.

Thomas con la consueta sveltezza si accorse dei miei dubbi e riprese a parlare.
“Jan, abbiamo fatto anche un’altra cosa. Abbiamo studiato la rete di conoscenze degli ammalati per scoprire da dove tutto è cominciato; ho scoperto che nei casi di epidemia si fa normalmente, ma io l’avevo fatto per conto mio, poi ho incrociato le mie informazioni con quelle del dottore e…”
“E…?”
“Ecco, dando per scontato che chi si ammala prima sia stato contagiato anche prima…”
“cosa nient’affatto certa” interruppe il dottore,
“si, niente affatto… ma se fosse così si può tracciare una specie di albero genealogico dell’epidemia, e risalire al… capostipite.”
“E il capostipite è…?” dissi, pentendomi immediatamente di averlo fatto.
“Sei tu, Jan,” disse Giancarlo, guardandomi con un’espressione indefinibile, “Il primo caso è il sorvegliante che hai ucciso. Sei tu.”

In qualche modo me l’aspettavo. Si, lo so, si dice spesso così quando capitano disgrazie improvvise e incontrollabili, specialmente quando tutto sembra andare per il meglio. Nora mi ha spiegato che è normale: per quanto brutta sia una notizia, pensare di averla in qualche modo prevista, anche se nella pratica non conta nulla, ci fa sentire in qualche modo meglio, ci aiuta ad incasellare l’evento in una sequenza meno illogica e arbitraria di quanto sia davvero (sono parole sue).
Ma nel mio caso, in questo caso, tutto mi era chiaro e collegato in una catena di avvenimenti. Incredibile, si. Ma quei sessanta e passa casi affermavano che per quanto incredibile doveva essere vero.
Quel vomito, sull’uomo che avevo ammazzato… non ricordavo bene le fasi della lotta, era passato tanto tempo e mi sembrava di frugare i ricordi di un altro uomo. Ma ricordavo la sensazione di quella noce di odio nella pancia che si spaccava. Forse non era un groviglio di nervi, forse era una cosa che avevo preso chissà dove, chissà come.
Mi trascinai per qualche giorno, vivendo come sempre, ma come assente. Non erano preoccupazioni pratiche a tenermi impegnata la mente, ma il dubbio se sentirmi o no colpevole di qualcosa. Era la punizione per aver ucciso un uomo? Cazzate: e le persone innocenti trasformate in maiali? Solo per punire me? Cazzate. E però…
Mi sentivo a disagio, vicino alle altre persone, anche se tutti avevano fatto del loro meglio per rassicurarmi che non ce l’avevano con me, che non dovevo sentirmi in colpa per qualcosa che non si sapeva nemmeno cos’era e chi me l’avesse passata. Paula specialmente, così dolce non era stata mai. Cominciai a sentire la nostalgia di casa, ero stanco, non volevo credere a quello che mi era successo negli ultimi mesi e volevo rivedere mia figlia Karolina. Ma era destino che aspettassi ancora un po’.
Perché nel frattempo il virus, o quel che era, non si era fermato, e quando cominciarono a comparire i primi casi nel capoluogo di provincia la stampa finalmente capì che non erano folclore contadino quelle storie strane che venivano dalla piana.

E tutto accelerò.

4
Nel giro di una settimana tutti i giornali e telegiornali non parlarono d’altro, sembrava che tutti i giornalisti d’Italia si fossero concentrati nella nostra provincia; i medici dei paesi del circondario vivevano momenti di esaltazione, circondati da microfoni come capi di stato, mentre un effetto amaramente divertente era l’isteria dei caporali, sorveglianti e mafiosi in genere, che con troppi occhi e orecchi intorno si sentivano soffocare e vedevano intralciati i loro affari già resi difficili dall’improvvisa carenza di manodopera.
I pochi coraggiosi che avevano cominciato a circolare con la faccia bendata o coperta da sciarpe fuori stagione dovettero richiudersi di nuovo in casa per sfuggire agli stormi di cronisti alla ricerca del caso umano (umano?), tranne qualcuno abbastanza sfrontato o disperato da offrire il capoccione suino alle telecamere dietro congruo compenso; mi risultò particolarmente odioso riconoscere dai vestiti uno dei miei vecchi compagni di baracca che grugniva parole senza senso al telegiornale regionale. Ma tutto questo durò poco, solo fino a quando il virus, forse trasportato dagli stessi giornalisti, cominciò a manifestarsi in tutte le grandi città.
Allora fu disposto il ricovero coatto dei malati, mentre tutti i ricercatori del paese cercavano di isolare il microrganismo responsabile di tutto questo; ma presto fu chiaro che la misura era del tutto inutile: i casi continuarono ad aumentare in misura esponenziale, e presto gli ospedali non furono più in grado di contenere i contagiati. Cominciarono a vedersi scene di sapore medievale: uomini e donne col viso fasciato giravano per le strade evitati come lebbrosi dalla gente “normale”, nei paesi dove l’epidemia non sembrava ancora arrivata si istituivano posti di blocco e ronde armate per non fare entrare la gente di fuori; la sorte più triste era quella riservata a chi si era ammalato fra gli ex schiavi come me, che senza speranza di aiuto vagava per le campagne cercando di trovare qualcosa da mangiare senza farsi sparare addosso, spesso non riuscendoci.
I “senza faccia” se la cavavano alla meno peggio; alcuni riuscivano a nascondere il contagio per settimane, ma alla fine dovevano cedere di fronte a un conoscente che non si faceva ingannare da trucchi e protesi. Ma per i “maiali” era dura. Era pericoloso farsi vedere in giro, per loro, e la gente dall’apparenza normale aveva cura di girare sempre a capo scoperto evitando di indossare sciarpe o maglioni a collo alto, che si vedesse bene che erano ancora umani. Gli “angeli” erano pochi e non si sapeva bene cosa fare con loro; sebbene tecnicamente fossero malati, ben pochi avevano il coraggio di attentare alla loro vita: ispiravano timore e rispetto, e il fatto che li si vedesse relativamente di rado aumentava la sorpresa e la soggezione.

Una notte ero uscito, non riuscivo a dormire. Passeggiavo lungo il crinale della collina e guardavo le stelle, assorto nei miei pensieri dubbiosi e pessimisti; tanto assorto che poco mancò che ci rimettessi la pelle, quando sentii qualcosa muoversi rapidamente davanti a me e uno sparo dalla casa vicina scheggiò una pietra del muretto a secco che stavo costeggiando. Mi misi al riparo di un cespuglio, spiando gli eventi.
Vidi un gruppo di ombre che scappando si riunivano, frettolose e agitate, e l’uomo col fucile uscire dalla casa, gridando. Poi sentii altri spari, uno sicuramente veniva dai fuggitivi. Pensai che ormai fosse questione di poco: nella campagna buia non è difficile sparire. Ma dalla parte opposta arrivarono quattro o cinque uomini, armati, e con una potente torcia, che illuminava il gruppo ormai in trappola. I fuggiaschi avevano tutti la faccia da maiale.
Rimasi nascosto, immobile, non per morbosa curiosità, ma perché pensai che qualsiasi rumore di pietra smossa poteva attirarmi addosso una fucilata.
“Ora ci facciamo una grigliata”,  disse uno della ronda, e gli altri risero, di un riso brutto, violento, amaro.
Improvvisamente da dentro la casa comparve un altro “maiale”, e teneva stretto un bambino.
“Ora lasciateci andare”, disse, “e nessuno si farà male”.
L’uomo che per primo aveva sparato, e che istintivamente aveva puntato l’arma contro l’ultimo arrivato, strinse i denti così forte che mi parve di sentirli scricchiolare, poi abbassò lentamente il fucile. Tutti avevano tenuto gli occhi puntati su di lui, per questo non avevamo notato che dalla ronda si era silenziosamente staccato un elemento, scivolando lateralmente.
E la faccia del maiale esplose.
Il bambino scappò via urlando, il padre gli andò dietro, qualcun altro gridò agli altri “maiali” di stare fermi. Erano sei o sette, un paio si misero a piangere, avevano capito prima di me.
Poi la ronda cominciò a sparare, come un plotone di esecuzione. Alcuni dei maiali riuscirono a correre per qualche metro prima di essere colpiti alla schiena.
Lo spettacolo era finito.
Gli uomini tornarono via, senza ridere né discutere. In silenzio.

Eravamo a casa “mia”, raccontavo a Thomas l’accaduto. “Ma perché?”, dicevo.
“Jan, saccheggiavano le case. Avevano preso in ostaggio un bambino.”
“Può darsi. Ma un’esecuzione senza processo? E poi, chi li ha resi così disperati?”
Giancarlo sospirò. Nora disse: “in ogni caso non è lecito farsi giustizia da sé.”
“Non è questo,” replicò Thomas, “è che li sentono diversi, e li sentono inferiori. Sentite, io non capisco come non ve ne rendete conto”.
“di che?” chiedemmo quasi in coro. Scosse la testa.
“Considerate i vostri conoscenti che si sono ammalati. Poi domandatevi se quelli che  si sono ritrovati la faccia di maiale hanno qualcosa in comune, e così anche i senza faccia.”
“Beh…” prese a dire Nora, ma si interruppe, pensierosa.
Ci fu qualche minuto di silenzio.
“Non può essere”, riprese.
“Cosa?” chiese Giancarlo.
“Io… non so come dire”.
“Va bene, allora lo dico io”, fece Thomas, “erano tutti degli stronzi. I maiali, dico, cattivi o solo viscidi, e per quanto ne so continuano ad essere stronzi. Come i faccia liscia sono insignificanti e vigliacchi, e come te continui ad essere un angelo come sei sempre stata. Solo che adesso lo sei anche fuori. Una volta mi raccontavi che un tale disse che dopo una certa età ognuno ha la faccia che si merita. Beh, questa malattia, ecco… accorcia i tempi.”
“e… e noi che continuiamo ad avere la faccia da… da uomo?” chiesi.
“Perché, ti scoccia tanto essere semplicemente un uomo?”
“Figurati.” Conclusi.
“E quelli della ronda di stanotte, che li hanno ammazzati a sangue freddo?” Intervenne Nora.
Le rispose Giancarlo:
“forse non puoi più capire… ma credimi, gli uomini sono deboli. La minaccia li spaventa e la paura li rende violenti. È così che funziona. Non erano particolarmente cattivi, solo, non hanno la forza di essere superiori alle passioni”.
Era uno dei discorsi più seri che gli avessi mai sentito fare.
“Oh, Giancarlo, non è che mi diventi angelo anche tu?”
“Non c’è pericolo”, rispose per lui Nora.

E poi, un giorno la tv disse che gli scienziati avevano isolato il virus. Questa era la buona notizia; quella cattiva era che il virus era nel sangue anche di moltissime persone “normali”, ed ecco perché si era diffusa così velocemente e non era stato possibile confinarla.
“Ci sono milioni di portatori su cui l’infezione non pare avere effetto. Per quello che ne sappiamo”, disse pallido il medico, “fra poco l’intera popolazione italiana potrebbe avere il virus nel sangue.
E nello stesso tg vennero annunciati focolai di epidemia in molte città europee e qualcuna del nordamerica.

Quell’autunno passò alla storia (quantomeno, fino ad oggi) come “il dieci per cento”, perché funzionava il dieci percento dei negozi, delle banche, degli ospedali, dei cimiteri… tutta la vita sembrava piombata in una stagione stupefatta e provvisoria.
Però le cose andavano avanti, ed anche la malattia: quelli che il giorno prima sparavano a vista ai gruppi di “maiali” sbandati in cerca di cibo, il giorno dopo tagliandosi i capelli scoprivano delle orecchie fattesi a punta e una mascella sempre più ampia, e tristemente andavano ad unirsi ai propri ex bersagli.
Molti cercavano di camuffare la propria condizione; ma c’era sempre qualcuno che tradiva, per denaro o per vendetta.

Anche questo, comunque, non era destinato a durare a lungo.

5.

Si fa l’abitudine a tutto, diceva mia nonna. Si, lo so, si dice dovunque, e questo forse vuol dire che è vero. Ma in questo caso non era solo il tempo che lavorava: dopo un po’, venduto un numero sufficiente di armi, la guerra permanente non conveniva più. A un certo punto la situazione parve stabilizzarsi; progressivamente smisero di sparare ai maiali, di estromettere i senza faccia; il nuovo presidente del consiglio (quello vecchio si era ritirato in una delle sue ville, da dove osservava con occhi porcini l’evolversi della vicenda) pronunciò in discorso dove risuonavano altisonanti parole di comprensione e collaborazione.

Si sa che i cambiamenti arrivano più lenti, in paese, ironicamente perfino nel posto dove tutto aveva avuto inizio, e questo ci rendeva preparati, una volta tanto, a quello che sarebbe successo.

La prossima puntata sarà pubblicata venerdì 14 settembre.

La prima parte è visibile cliccando qui.

La seconda parte è visibile cliccando qui.

La terza parte è visibile cliccando qui.

TAG

LASCIA UN COMMENTO

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Partigiani del pensiero positivo

Le parole ci definiscono agli occhi degli altri, descrivono ciò che siamo ma soprattutto tagliano via ciò che non siamo o non si presume che siamo, ci delimitano imprigionandoci dentro un tracciato, sia quando le abbiamo scelte noi che quando sono imposte da altri. Per questo rivendichiamo la parola “buonisti” e ne facciamo non un recinto ma una base aperta da dove e sulla quale può partire e svilupparsi un discorso e un confronto rivolto a chiunque, ma fondato sulla tolleranza e sul rispetto universali.

Cerca per contenuto
Iscriviti