N° 1, settembre 2018

Razze. Un racconto di Giuseppe Caleca (parte quinta)

pubblicato il
14 settembre 2018

Questo racconto lungo è stato pubblicato nel dicembre 2016 nella raccolta “Altri Giorni” edita da Arpeggio Libero. 

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Si fa l’abitudine a tutto, diceva mia nonna. Si, lo so, si dice dovunque, e questo forse vuol dire che è vero. Ma in questo caso non era solo il tempo che lavorava: dopo un po’, venduto un numero sufficiente di armi, la guerra permanente non conveniva più. A un certo punto la situazione parve stabilizzarsi; progressivamente smisero di sparare ai maiali, di estromettere i senza faccia; il nuovo presidente del consiglio (quello vecchio si era ritirato in una delle sue ville, da dove osservava con occhi porcini l’evolversi della vicenda) pronunciò in discorso dove risuonavano altisonanti parole di comprensione e collaborazione.

Si sa che i cambiamenti arrivano più lenti, in paese, ironicamente perfino nel posto dove tutto aveva avuto inizio, e questo ci rendeva preparati, una volta tanto, a quello che sarebbe successo.

Si chiamava Domenico, detto Mimm’, era un maiale di vecchia data, in vari sensi, e lavorava alle poste. Un giorno d’autunno si ripresentò al posto di lavoro, e senza troppa resistenza ricominciò la vita di prima. I colleghi, all’inizio in imbarazzo, col passare dei giorni accettarono la situazione, trovando che poi non fosse tanto differente da prima, da prima che tutto iniziasse.
Alla fine tornò anche a lavorare allo sportello.

Le cose cambiavano, in tutto il mondo. Le notizie dei telegiornali ci meravigliavano tanto per il contenuto quanto per la naturalezza con cui venivano riportate. La gente aveva voglia di tranquillità. Come sempre.
In accordo con le nazioni unite e con le potenze mondiali si lanciò un programma di pacificazione civile. Fu introdotto il reato di “faccismo” per chi avesse praticato violenza o discriminazione nei confronti delle persone di diversa “morfologia”. Buone intenzioni, ma impossibili da mettere in pratica, pensammo: chi avrebbe potuto mangiare di gusto venendo servito da un maiale, e chi serenamente confessare i propri peccati a un senza faccia?

Alla fine tra gli uomini rimasti tali aveva prevalso l’opinione che la malattia non fosse poi così cattiva: effettivamente le nuove classi dirigenti, benché improvvisate, governavano con efficienza e onestà, così almeno pareva, e sebbene gli “angeli” rifiutassero qualsiasi posto di potere, si diceva che fossero molto attivi nel dispensare consigli e idee, oltre ad essere molto presenti in tutte le attività ed organizzazioni non governative. Qualche problema sorse a causa di alcuni esaltati religiosi che crearono chiese dalla dottrina “faccista” e messianica, specie in America, come era prevedibile, creando molti problemi agli angeli che da certe congreghe venivano adorati loro malgrado.

Non si è mai saputo, e tuttora non si sa, quali fossero le reali percentuali tra le varie razze, quando il contagio terminò di infettare il mondo. Prima per l’interesse di una razza, poi dell’altra, statistiche ufficiali non furono mai diffuse e rese pubbliche. Però tra noi i conti li facevamo, e sapevamo che gli uomini con la faccia da uomo erano minoranza.
Forse per quello non ci eravamo fatti contagiare dall’ottimismo che accompagna ogni risalita dal fondo, e che pervadeva ogni notizia e dichiarazione delle autorità.
Con il passare dei mesi si videro sempre più immagini, reali o di propaganda, di esseri di tutte le razze vivere e lavorare fianco a fianco. Sembrava che tutto fosse andato a posto, rapidamente, troppo. Millenni di razzismo cancellati da una politica di buone intenzioni. Chi fra di noi, una volta o l’altra, del razzismo era stato vittima, non poteva crederci, e ne avevamo ottime ragioni, come dovemmo scoprire in seguito.

6.

Domenico Terlizzi, inteso Mimm’, tenne la sua prima conferenza all’interno di quello che pomposamente si definiva “Cinema Teatro Orfeo”, in un ventoso giorno di marzo.
Avevano organizzato le cose senza strepiti, ma seriamente: qualche manifesto ai muri, un trafiletto sul giornale locale, e un buon passaparola. Il titolo della conferenza era talmente generico, contorto e noioso da invogliare chiunque ad andare da un’altra parte: “prospettive di sviluppo della coesistenza civile”, ma Thomas ci andò. Proprio per quello, disse, è il caso di capire cosa c’è dietro.
Dietro c’era un’organizzazione già ben definita, scoprì. Tutti facce da maiale. Il discorso di Mimm’, già impiegato alle poste, cominciò con ampi voli retorici intorno alla pace, alla solidarietà, alla comprensione, proseguì lungo le commosse corde del compatimento e del rammarico per i conflitti e le brutali tragedie che avevano così tristemente segnato il paese e il mondo tutto, approdando sorprendentemente alla fine in una appassionata e orgogliosa rivendicazione di merito alla razza suina; non solo pari alle altre, diceva, ma, dati alla mano, la più produttiva, la più ricca di imprenditori, politici, dirigenti, quella che più delle altre meritava rispetto e poteva essere presa ad esempio.
La conferenza finiva così, senza dichiarare un preciso obiettivo, senza uno scopo apparente, ma gli applausi erano troppo convinti e le facce porcine troppo sorridenti.
Thomas tornò via preoccupatissimo.

“Però è vero che sono state commesse violenze”, stava dicendo Nora, mentre preparavo i bagagli. Era giugno. Finalmente andavo a prendere Karolina, avrei avuto di nuovo la mia famiglia, ed ero nello stato d’animo di chi vuole fortemente non pensare ad altro se non all’aspettativa che custodisce dentro sé. Perciò ascoltavo distrattamente, mentre riflettevo se fosse il caso di portarle un regalo da qui o comprarlo a destinazione per non appesantire inutilmente il bagaglio e risparmiare un po’.
Thomas interruppe a modo suo tanto le parole di Nora quanto i miei pensieri:
“Non sono niente rispetto a quello che succederà”.
“E dai… sei sempre il solito”.
“Il solito si, che però ha capito per primo quello che stava accadendo.”
“Te lo concedo. Ma cosa vuoi che facciamo, adesso? Che li denunciamo preventivamente? Per cosa? Per poi essere bollati come faccisti?”
Thomas guardava lontano. In ogni senso. La Panda di Giancarlo che risaliva lungo la strada sulle falde della collina, per esempio.
Paula stava in disparte cercando di tenere a bada Helena che da quando aveva saputo che sarei partito in aereo non trovava pace dalla voglia di venire con me. Giancarlo scese dalla macchina e si avvicino con un giornale in mano.
“Ecco qua. Pure la gazzetta cambia padrone. Indovinate chi è?”
“O che faccia ha”, disse Tom.
“Perché?” mi lasciai sfuggire, con un paio di calzini in mano.
Nora prese la parola, guardandomi, con quell’accidenti di sguardo luminoso che non si poteva reggere:
“Jan, caro, lo so che qui non hai né tv né Internet. E il telefono lo usi solo per telefonare. Sei più primitivo di Giancarlo, in queste cose. Ma almeno non li leggi i giornali?”
“Qualche volta”, risposi, “se proprio è necessario”.
Era vero, non mi dispiaceva isolarmi, avevo lottato contro il mondo e le ferite si rimarginavano lentamente, troppo per strusciarle contro l’attualità. Mi bastava la mia famiglia e quei pochi amici.
“Non è necessario che ti dica che la maggior parte degli industriali e dei politici sono facce da maiali”
“No, lo so”.
“E che quelli che si erano defilati, in nome della “pacifica coesistenza” sono tornati a gestire le cose alla luce del sole, come prima e a volte peggio, e che se prima a chi denunciava un sopruso davano del sovversivo, adesso gli appioppano l’etichetta di faccista, per screditarlo”
“per buttarla in rissa”, disse Giancarlo;
“Per distogliere l’attenzione, diciamo”.
“Va bene, e allora?”
“Allora c’è che da un paio di mesi si stanno comprando i mezzi di informazione; radio, tv, giornali, blog, siti di informazione, pagine Facebook, roba di ogni genere”.
Posai i calzini.
“Ma chi? Loro chi?”, dissi.
“Il punto è questo. Il tuo amico di carbone, qui, dice che tutte queste facce da maiale sono organizzate in un progetto comune. Io sinceramente sono rimasta un po’ sorpresa, ma se questo è vero…”
“Se questo è vero?”
“Posso scommettere la mia collezione di bottiglie di birra che il progetto non piacerebbe a nessuno dei presenti” concluse Giancarlo.
Tornai a girarmi verso la valigia. Basta con queste storie, non ne volevo più sapere. Troppa paura avevamo già affrontato, e c’ero stato troppo dentro.
“Beh?” disse Thomas.
“Beh cosa?” risposi, seccato, tra lo stupore degli altri; “cosa dovremmo fare? Io ho già un progetto mio, per le prossime due settimane”.
“Cosa dovremo fare”, disse Nora, “sarà chiarissimo, non appena scopriremo cosa vogliono fare loro”.
Alzando gli occhi vidi lo sguardo molto, troppo serio di Paula che incrociava il mio.

Se c’è una cosa che mi fa rabbia di tutta questa storia, è che più volevo tenermene lontano, più in un modo o nell’altro vi risultavo coinvolto.
Era tornato con mia figlia Karolina ed eravamo tutti a cena insieme per festeggiare; finalmente la mia famiglia era di nuovo insieme; la bambina non capiva nulla di quello che si diceva e Paula faceva da interprete tanto tra una lingua e l’altra quanto tra il mondo degli adulti e quello dei bambini; impresa faticosa, considerando che Helena, nei confronti della sorellina a cui si era disabituata, oscillava paurosamente tra la possessività e la gelosia, rendendoci difficile mantenere la calma e un livello accettabile di confusione.
E poi mi misi a raccontare del viaggio. I nostri amici ascoltavano con curiosità, giusto un po’ delusa dalla constatazione che alla fin fine le cose non erano andate lì molto diversamente che qui, a parte la differenza di reddito medio.
Ormai avevo quasi esaurito l’argomento: ero arrivato al viaggio di ritorno, durante il quale in realtà, raccontai, ero stato colpito solo da un episodio: due ragazze, mie connazionali, con la faccia da ragazze, per tutto il viaggio si erano comportate in modo impossibile da ignorare: prima ridacchiavano parlottando fra loro, poi alzandosi a turno o parlando ad alta voce cercavano di attirare l’attenzione dei due viaggiatori seduti nella stessa fila, dall’altra parte del corridoio. Erano due facce da maiale, molto ben vestiti ed equipaggiati, rolex, ultrabook, e montblanc nel taschino, insomma ostentavano un benessere che evidentemente esercitava sulle ragazze un’attrazione che superava la repulsione dei lineamenti animali. La cosa mi dava fastidio, non so dire se per moralismo o per faccismo, non mi piaceva proprio. Le ragazze invece, come equipaggiamento, oltre a dei decolleté di media entità, avevano delle riviste di moda che sfogliavano come fossero libretti di istruzioni.
“Come sei ridicolo e moralista” mi prese in giro Giancarlo, quando fui arrivato a questo punto del racconto.
“No!”, disse Nora, a voce più alta del normale, tacitandoci tutti improvvisamente.
“Non è ridicolo, è un genio.”
Paula si mise a ridere preparandosi a canzonarmi, ma (a parte la mia occhiataccia) il silenzio degli altri le spense la battuta in gola. Nora continuò:
“Ho capito. Il progetto c’era, dopotutto.”
“Che vuoi dire?” dissi, perché qualcuno doveva pur dirlo.
“In questi mesi abbiamo pensato che comprassero i giornali per alterare le notizie, per prepararsi a coprire azioni violente. Pensavamo alla manipolazione dell’informazione, alla cesura… Che fessi! Thomas, tu che conosci la natura umana, hai capito?”
“Si. Ho capito”
“Bravi, fate capire un po’ anche noi?”
“La sopraffazione è una strategia rozza e inaffidabile. Soprattutto, un’azione violenta provoca sempre una reazione. In effetti è l’ultima risorsa di una persona intelligente. Insomma, perché essere odiati, quando si può, semplicemente, essere invidiati?”
“Stai dicendo che…”
“Stanno facendo in modo da diventare di moda”.

Le parole sembravano galleggiare nell’aria nell’improvviso silenzio, perfino Helena smise di bisticciare con Karoline e si volse a guardarci con aria di chiedere se avesse fatto qualcosa.
“Si, ma poi?” disse Giancarlo, “In fondo come mode si è visto di peggio, tipo i jeans a vita bassa. Potremo sopravvivere a dei maiali altolocati, in fondo lo abbiamo fatto per tutta la vita. Che differenza c’è?”
“Non lo so.” Rispose lei; “forse che prima sicuramente nessuno aveva interesse a non farci sopravvivere”.
“E adesso?”
“Non lo so”, ripeté.

La prossima puntata sarà pubblicata venerdì 21 settembre.

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