N° 0, agosto 2018

Razze. Un racconto di Giuseppe Caleca (parte seconda)

pubblicato il
17 Agosto 2018

Questo racconto lungo è stato pubblicato nel dicembre 2016 nella raccolta “Altri Giorni” edita da Arpeggio Libero. 

La prima parte è visibile cliccando qui.

Non avevo più notizie della mia famiglia. Ogni giorno avevo più paura, e pensavo che forse la fortuna non c’era, alla fine. L’odio lo tenevo tutto dentro, e lo sentivo come una palla nera nella pancia, pensavo che mi avrebbe ucciso lentamente, ma non volevo morire: avevo due figlie. E Paula.

Un giorno nel campo ne muoiono due, della mia baracca. Uno per le botte e uno non si sa perché, e sento i guardiani che dicono che trasferiscono qui qualcuno da un’altra parte; ogni tanto lo fanno, sappiamo che ci sono altri capannoni, altri disgraziati come noi. La sera si apre la porta e viene spinta dentro una donna lacera e dall’aspetto miserabile; si guarda intorno per trovare un posto dove buttarsi, si guarda intorno con gli occhi di Paula.

È Paula.

Vedo nei suoi occhi come in uno specchio tutta la miseria del mio stato, tutta la pena che prova per me, e mi domando se anche nei miei si legge la stessa pena. Ci abbracciamo al rallentatore, insicuri di tutto. Helena ci mette un po’ a riconoscerla, poi sembra che non ci creda del tutto. Comincia a raccontarmi che un uomo le disse che mi trovavo qui, e se voleva raggiungermi c’era lavoro per tutti, così… ma mentre parla si apre la porta, ed entra un guardiano, e guarda Paula e dice “a te voglio provarti subito”, e la prende per un braccio e comincia a tirarla verso il corridoio. Non penso a quello che faccio, è il mio corpo che con tutta la sua debolezza ragiona da sé: cerco di abbracciare Paula e di portarla via, lui perde quasi l’equilibrio, non si aspettava questa resistenza; mi guarda per qualche secondo, poi veloce il bastone mi colpisce e cado a terra, sentendo il sapore del mio sangue, deve avermi rotto la mascella, non so, il dolore è fortissimo. Forse svengo per un attimo. Ma poi sento Helena piangere e Paula dire “no, prego, no…”; non ce la faccio ad alzarmi, non ho equilibrio e un orecchio mi fischia forte, ma poi succede una cosa: proprio in quel momento sento quella noce di odio che da tempo cresceva e mi riempiva la pancia scoppiare e darmi energia, e mi alzo, e secco stanco e ferito come sono mi lancio nel corridoio e non aspetto nemmeno di guardarlo mentre sta cercando di togliere i vestiti a Paula, vedo le mie mani come se fossero di un altro che prendono il bastone, e il bastone che colpisce quell’uomo, una, due, tante volte; gli si spacca la testa mentre è ancora in piedi, si sente proprio il rumore feroce dell’osso che si spezza e alla fine cade a terra e io cado sopra di lui, e anche Paula cade.

Due o tre teste si affacciano alla porta e ho la faccia affondata nel suo sangue, cerco di alzarmi e gli vomito addosso, non so cosa posso vomitare perché non ho mangiato niente, ma le strette alla pancia mi scuotono, gli sputo in faccia tutto l’odio che mi hanno fatto inghiottire.
Poi qualcuno mi tira su, mi dicono che devo scappare, che se mi trovano gli altri sono morto, mi danno spintoni, sono arrabbiati perché hanno paura, forse sono morto comunque ma devo scappare altrimenti sono guai: penso a Paula,  Helena.

Usciamo nella notte dalla parte dei campi, non c’è luna e Paula dice “siamo fortunati”. Se questa è la fortuna, penso, e mi viene da piangere. Ma non c’è tempo, qualcuno viene verso la baracca, forse il rumore lo ha allarmato, forse voleva solo partecipare, arriva un altro guardiano, noi giriamo l’angolo e ci buttiamo nella fessura tra la parete della baracca e la legnaia, i chiodi mal piantati mi graffiano la pelle ma siamo così secchi che ci entriamo. E’ buio e dovrebbero entrar dentro per vederci, e i guardiani non sono magri come noi.
C’è una piccolissima finestra sopra di noi, da li sentiamo le grida e le bestemmie dentro la baracca. “ma che cazzo è successo? Stronzi! Stronzi! L’avete ammazzato!” Il guardiano esce e grida altri nomi, passa qualche minuto e arrivano due altri sorveglianti, entrano, dopo si sente confusione dentro, capisco che stanno trascinando il morto per portarlo nella stanza. Forse vogliono stenderlo su una branda per portarlo via.

Improvvisamente c’è un silenzio strano, uno dice “ma che cazz…”, poi più niente. La curiosità è forte, mi arrampico per arrivare alla finestrella, guardo dentro.
Rimango qualche secondo immobile, non capisco.
Poi salto giù e prendo mia moglie e mia figlia, e le tiro via, le dico Paula andiamo adesso sono distratti, e corriamo verso la collina, li ci sono posti dove nascondersi, poi penseremo a cosa fare.
Arriviamo in una macchia di cespugli, sono talmente fitti che nessuno ci vedrà se riusciamo ad infilarci li in mezzo, così mi faccio strada tra le spine, e ci sistemiamo vicino alla base di un albero, in uno spazio piccolissimo, Paula mi guarda, ma io non ho voglia di parlare, abbraccio lei e Helena, mi affido a Dio e chiudo gli occhi.

La mattina dopo comincia con lo stupore di vedere di nuovo i nostri visi vicini, Helena si sveglia e per la prima volta da tanti mesi vedo un sorriso sulle sua labbra. Siamo stanchi, affamati, mi fa male il viso e mi pare di non sentirci ancora bene da una parte, ma siamo vivi, e insieme.
Parliamo. Lei mi racconta di come è partita, lasciando Karolina a sua sorella perché non poteva più aspettare, di come aveva trovato il posto dove stavo, di come era stata messa a lavorare; poi io le parlo di questi ultimi mesi che non le ho potuto raccontare per lettera, fino a quella notte. Poi lei mi guarda, io lo so cosa vuole sapere. Mi giro verso Helena e le dico di andare a prendere le more che sono in un cespuglio poco più in la, poi sospiro. “non lo so. Ero intontito dalla botta, e non sto bene, posso aver visto una cosa per l’altra”. “ma perché si erano ammutoliti tutti?”, chiede, e lo so, è così, qualcosa di strano doveva esserci, “vedi, l’uomo che… che ho bastonato… lo hanno steso su una branda.”
“e poi?”
“erano li a guardarlo, uno si è spostato e ho visto…”
“cosa? Jan, che cos’hai visto?”
“gli avevano pulito la faccia, e non era… non era normale.”
“come, non era normale?”
“non era normale, hai sentito no? Paula! Ho detto che non era normale! Era… strano.”
Mi guardava, Paula, e mi sentivo stupido. Ma anche lei era stata toccata da quell’uomo, non potevo nasconderle le cose.
“aveva la faccia… da mostro, sembrava un animale.”
“era un animale, infatti.”
“ma non dico una faccia brutta o cattiva, Paula! Era proprio diversa, e pensavo di sbagliarmi per la stanchezza e le botte, ma gli altri allora? Perché si erano zittiti così?”
“ma che animale?”
“ma non so, sembrava…”
“non importa. Basta. Basta con questa storia, con i campi di pomodoro, basta con questo paese, andiamocene via”.
L’abbracciai.

2.

Quel giorno continuammo a camminare lungo la collina, cercando di stare sempre coperti da alberi e cespugli; in realtà non sapevamo dove andare, ma la prima cosa da fare era allontanarci da quel campo, dagli uomini che ci conoscevano. Ogni tanto pensavo che avevo ucciso un uomo, per la prima volta, e mi veniva di nuovo la nausea; allora cercavo di pensare solo che dovevo portare in salvo la mia famiglia. E poi, si potevano dire uomini quelli li?
Mangiammo un sacco di more, e facemmo tanta strada, tenendoci sempre vicino ai cespugli o nella macchia, se c’erano sentieri praticabili. A un certo punto mi sembrò di sentire rumore di acqua, avevamo tanta sete che cominciai a correre nella direzione da dove mi pareva che venisse. Girai dietro un albero e mi trovai di fronte un uomo che faceva pipì.
Ci guardammo un solo istante, poi scappai tornando verso mia moglie e mia figlia; l’uomo mi gridò dietro ehi, non aver paura, ma io ne avevo eccome, di paura! Se mi avevano denunciato rischiavo il carcere, e se invece della polizia mi trovavano i sorveglianti rischiavo molto di peggio. Ma non trovavo più Paula e Helena, forse avevo sbagliato strada, ero spaventato debole e stanco… sentii delle voci e mi avvicinai lentamente, poi mi trovai in una radura dove c’erano loro, e anche quell’uomo.
Paula mi fece cenno di stare calmo. L’uomo era vestito da campagna, jeans stinti, stivali, camicia e uno di quei gilet pieni di tasche, ma i vestiti erano puliti. Si rivolse a me.
“Non aver paura. Io non ho intenzione di farvi alcun male, e so che anche tu non ne farai a me, altrimenti non avresti aspettato a farlo”.
La sua voce era gentile, ma decisa.
“Ora dimmi la verità: siete scappati dai campi?”
Io e Paula ci guardammo.
“Guardate che in ogni caso non vi denuncio a nessuno. Vi sembro un sorvegliante?”
Non sembrava un sorvegliante.
“Oh insomma. Adesso mi giro e me ne vado. Se mi dite la verità posso aiutarvi, altrimenti buona fortuna.” E si girò davvero.
“aspetta” gli dissi.
Tornò a guardarmi sorridendo ironicamente.
“Si, siamo scappati dai campi”.
“Bene”, disse lui, “venite con me”.
Dopo pochi passi arrivammo a una strada sterrata dove una vecchia Panda infangata aspettava, e dentro una ragazza, che appena vide l’uomo scese e gridò “e che cazzo, Giancarlo, quanto ci metti a far pipì? Tra un po’ venivo a farti ps ps…” poi ci vide e si fermò, imbarazzata.
L’uomo scoppiò a ridere, e anche se a ridere proprio non ce la facevo capivo che la situazione era comica. Poi ci presentò.
“Io sono Giancarlo, come avete sentito, e questa signora molto fine e distinta è Nora. Salite in macchina che vi portiamo da qualcuno che può occuparsi di voi.”
Helena guardò prima Paula poi me. Tutti e tre esitammo un attimo, poi qualcosa mi disse che dovevo fidarmi, e salimmo.
“e se incontriamo gente prima di arrivare in città, buttatevi giù e copritevi con questa”, e ci lanciò una coperta.

Scendemmo la collina lungo il versante opposto a quello da dove eravamo venuti, come scoprii tempo dopo studiando con Giancarlo le cartine del territorio; lungo la strada lui si sforzava di fischiettare e parlare di cose banali, con allegria, ma io capivo che si guardava intorno con estrema attenzione, destra sinistra specchi retrovisori, e proprio tranquillo non ero. Nora sorrideva e cercava di carezzare Helena, ma anche se Paula non si opponeva lei si ritirava come un animale spaventato, e Dio mi perdoni se non eravamo tutti animali spaventati.
“Questo mese con voi siamo a cinque fuggitivi” Cominciò a dire, visto che aveva capito che per le carezze era troppo presto.
“Per quello che ne sappiamo” la interruppe l’altro.
“Per quel che ne sappiamo” confermò lei, “e la raccolta è a metà… o quest’anno sono più cattivi, o gli altri anni eravamo meno informati. Voi come eravate sistemati? Da che parte venivate?”
“Digli chi siamo, prima”.

La prossima puntata sarà pubblicata venerdì 24 agosto.

La prima parte è visibile cliccando qui.

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Le parole ci definiscono agli occhi degli altri, descrivono ciò che siamo ma soprattutto tagliano via ciò che non siamo o non si presume che siamo, ci delimitano imprigionandoci dentro un tracciato, sia quando le abbiamo scelte noi che quando sono imposte da altri. Per questo rivendichiamo la parola “buonisti” e ne facciamo non un recinto ma una base aperta da dove e sulla quale può partire e svilupparsi un discorso e un confronto rivolto a chiunque, ma fondato sulla tolleranza e sul rispetto universali.

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