N° 1, settembre 2018

Razze. Un racconto di Giuseppe Caleca (parte sesta e ultima)

pubblicato il
21 settembre 2018

Questo racconto lungo è stato pubblicato nel dicembre 2016 nella raccolta “Altri Giorni” edita da Arpeggio Libero. Per gentile concessione dell’editore lo abbiamo reso disponibile  su questo blog, in sei parti.

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La seconda parte è visibile cliccando qui.

La terza parte è visibile cliccando qui.

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“Stanno facendo in modo da diventare di moda”.

Le parole sembravano galleggiare nell’aria nell’improvviso silenzio, perfino Helena smise di bisticciare con Karoline e si volse a guardarci con aria di chiedere se avesse fatto qualcosa.
“Si, ma poi?” disse Giancarlo, “In fondo come mode si è visto di peggio, tipo i jeans a vita bassa. Potremo sopravvivere a dei maiali altolocati, in fondo lo abbiamo fatto per tutta la vita. Che differenza c’è?”
“Non lo so.” Rispose lei; “forse che prima sicuramente nessuno aveva interesse a non farci sopravvivere”.
“E adesso?”
“Non lo so”, ripeté.

7.

Era ottobre, credo, quando lo vedemmo per la prima volta. Un disegno a stencil su un muro, fatto spruzzando vernice su una sagoma. Il soggetto era la solita sequenza dell’evoluzione umana, solo che dopo l’immagine dell’uomo moderno veniva un’ultima figura, il nuovo termine.
Con il profilo da maiale.

Scoprimmo ben presto che il disegno comparve su molti muri, e simultaneamente si scatenò la campagna stampa. Un articolo su una famosa rivista americana, intitolato “Non si può tornare indietro”, dette il la, e la discussione divampò su tutti i media.
Era sconcertante vedere che stavamo combattendo, come diceva Nora, “una battaglia di retroguardia”. Nonostante tutti sapessero che i “maiali” erano stati la feccia del genere umano, gli uomini scrivevano al massimo di conciliazione, convivenza, pari dignità. Dall’altra parte giungevano messaggi sempre più arroganti, sempre più spietati.

Poche settimane dopo stavo attraversando a piedi il paese, per andare a prendere qualcosa al mercato, non ricordo che, e passai accanto a un gruppo di ragazzini che giocavano, ragazzini con la faccia da maiale.
Me li ero già lasciati alle spalle quando l’improvviso silenzio mi mise in allarme; non abbastanza in fretta da evitare il sasso che mi colpì alla spalla. E ancora più sorprendente e dolorosa la voce che si levò dal gruppo:
“Scimmia, scimmia… faccia da scimmia, scimmia, scimmia…” in una cantilena che divenne un coro. Ce l’avevano con me, e capii che non era una novità per loro quell’epiteto. Mi girai intorno, con aria, credo, stupefatta, per cercare delle altre persone, una conferma, un cenno di solidarietà, ma vidi solo uomini che furtivamente si allontanavano e qualche maiale che si godeva la scena.
Accelerai il passo, sempre inseguito dal coro di scherno, mi infilai in un negozio. Il proprietario, un senza faccia, stava, imperturbabile, dietro al banco.
“Ma che maleducati”, dissi, non so se per avere una risposta o solo per sfogarmi.
“Sono bambini: giocano.” Rispose, asciutto e scostante.
Uscii e feci il giro largo per non ritrovarmi la banda di maialini sul cammino. Vergognandomi per questo.
Raccontai l’accaduto ai miei amici, alla mia famiglia, e mi sentii idiota perché ero l’unico a non sapere che ormai noi uomini eravamo “le scimmie”, che dovevamo cominciare a sentirci diversi. Antichi fantasmi sentivo prender vita dentro me, e guardando Paula capivo che era lo stesso per lei.

Poi le cose cominciarono a precipitare.
A Natale i pupazzi dei presepi avevano quasi tutti facce da maiali. Non ero preparato a vedere Gesù bambino col muso e le orecchie a punta, mi faceva sentire furioso. Ma potevamo far poco. Anche il prete aveva la faccia da maiale.
E si, c’erano state delle imponenti manifestazioni pro-umani ma erano state ignorate dai media, tutti in mano ai maiali, e le ultime represse con violenza. Incredibilmente, sembrava che gli uomini si stessero rassegnando ad una posizione subalterna.
“è la propaganda”, diceva Nora, “ho sempre pensato che con un’adeguata propaganda si può far credere a una folla ciò che si vuole… non credevo di averne la prova in modo così triste”.
E la teoria dell’evoluzione, modello suino, prendeva piede nelle scuole. Il famoso disegno era dovunque.
Durante quell’inverno, nei film, nelle pubblicità, gli attori dalla faccia da uomo vennero sostituiti con dei maiali, e così sulle riviste di moda. Nello sport si cominciarono a discriminare gli atleti ancora umani; sembrava che i maiali fossero più forti, più resistenti: o forse era solo effetto della propaganda. Cominciavamo a non vederci più chiaro.
Si cominciarono a vedere in giro maschere da maiale, non per dileggio, o come travestimento di carnevale: prima i senza faccia, poi perfino qualche uomo, si vergognavano della loro inferiorità tanto da indossare un viso posticcio.

Era marzo quando trovammo il corpo di Thomas in un fosso.
Era scomparso da un paio di giorni, se non avessimo tento gli occhi aperti non lo avremmo mai scoperto. Invece bastò un cane che abbaiava verso il canale a farci fermare la macchina e vedere quello che c’era dentro.
Fu uno spartiacque, uno di quei momenti rispetto ai quali sai che c’è stato un prima, e c’è un dopo. E non sono uguali. Il dolore, l’incredulità, e poi lo sconcerto di fronte all’indifferenza dei carabinieri, anzi all’ostilità. Ci tennero in caserma per tutto il giorno, come se fossimo colpevoli, non ascoltarono una parola di quello che dicevamo, parlavano di calcio. Poi si alzavano e ci giravano intorno lanciandoci sguardi sprezzanti dagli occhi porcini.
Alla fine decidemmo di andare tutti a casa mia, era il posto più sicuro, anche se era piccola, perché era in cima a un’altura e perché c’erano i cani.
A colazione decidemmo che non ci saremmo più separati, né al funerale, né dopo, mai più. Era troppo rischioso.
“Bisogna andare a casa sua”, disse Nora.
Stavo per obiettare che non mi sembrava prudente, ma Giancarlo subito assentì. Allora compresi che c’era qualcosa che non sapevo e rimasi zitto.
Entrammo e notammo subito, come previsto, che qualcuno ci aveva preceduto. Avevano buttato all’aria tutto, non avevo mai visto un disastro tale. Nora andò a colpo sicuro verso l’angolo cottura del monolocale, prese un barattolo pieno di qualcosa che sembrava salsa di pomodoro, “ti prego ti prego ti prego”, lo aprì, e subito un odore terribile si diffuse, facendomi l’effetto di un pugno sul naso. Lo svuotò nel lavandino ed estrasse una busta di plastica. Sorridendo, lavò la busta, poi disse “Andiamo”.
Entrando in macchina le chiesi: “ma cos’era la roba nel barattolo?”, e lei: “E che ne so, erano otto anni che non la buttavamo, non credo che nessuno ricordasse cos’era in origine.”
La guardai basito.
“Beh, un ottimo metodo per scoraggiare i curiosi”.
“Sicuramente.”

A casa, aprimmo la busta.
Tom non aveva perso tempo: come sempre quando non ci dava notizie, si era dato parecchio da fare, e a Roma si era imbattuto, di conoscenza in conoscenza, in un personaggio senza faccia né principi che sapeva molto e beveva anche di più.
Il progetto era già in esecuzione, in tutto il mondo; in previsione l’assoggettamento delle razze “vecchie” e “deboli”, peraltro già evidentemente in corso d’opera, ma anche cose peggiori. Nella seconda fase “si provvederà” a confinarci in ghetti (“quartieri omogenei”), e poi in riserve, e infine alla sterilizzazione di uomini e “angeli”. I “senza faccia” destinati a vivere in un ruolo subalterno, noi alla scomparsa, e alla cancellazione della memoria. Le opere d’arte truccate, i libri di storia riscritti.
Un progetto folle, non fosse per il fatto che ne vedevamo già realizzata una parte.
Distruggemmo i documenti e prendemmo una decisione.

Così la mattina dopo in una vecchia panda presero posto quattro adulti e due bambine, e partimmo in direzione sud-est. Non eravamo isolati, un paio di telefonate ci avevano assicurato una destinazione e aiuto a sufficienza per  organizzarci.
Il resto somiglia molto a storie già mille volte vissute dall’umanità: rastrellamenti, ghetti, sparizioni misteriose, e tutto immerso in una martellante propaganda. E dall’altra parte, dalla nostra parte, spostamenti, clandestinità, segreti, tradimenti.
Crudeltà. Quando i maiali si accorsero che le notizie erano trapelate, e che c’era una resistenza organizzata di “razze vecchie”, non ebbero remore ad usare metodi spaventosi, e per reazione anche noi cominciammo a non aver pietà.

8.

Scrivo da una installazione sotterranea. Sono passati un altro paio d’anni dal momento della fuga. Helena è ormai una signorina, come si diceva una volta.
Quaggiù l’attività continua, anche se meno frenetica, meno decisa di prima. Nessuno vuole dirlo, e i miei amici mi riprenderanno quando leggeranno questo, ma stiamo cedendo.
Cosa siamo diventati? Sempre in guardia, sempre soggetti a improvvisi trasferimenti, non abbiamo giornali né libri, non abbiamo scuole per i bambini, non facciamo feste, i ragazzi non si innamorano, tuttalpiù hanno rapporti fugaci consumati all’ombra di una lampada a led. Ci diciamo che sopravvivremo, ma ha senso sopravvivere se non puoi vivere? Sconfiggere militarmente i maiali è impossibile, non ci resta che questa parodia di vita, in trappola come animali terrorizzati. Molti ci hanno abbandonato, alcuni si sono tolti la vita, altri si sono consegnati, alcuni di loro li abbiamo visti in filmati della propaganda, sembrava stessero bene ma chissà se è vero.
Soprattutto, è sempre più difficile ricordare cosa eravamo, come eravamo prima di tutto questo. Ed è sempre più difficile credere a quello che i capi ci dicono, che siamo noi la specie umana, che siamo noi la stirpe che ha portato avanti il progresso sulla terra.
Certo, lo ricordo, o almeno mi pare, che una volta erano tutti come noi. Ma non so se davvero siamo il futuro, anzi ho i miei dubbi. E se fosse vero, alla fin fine, che l’evoluzione ha fatto un altro passo, e che noi siamo rimasti indietro? Si, dicono che i maiali in realtà sono la parte più cattiva di quella che era una volta l’umanità, ma ne siamo poi così sicuri? O è un punto di vista antropocentrico, un inganno consolatorio? Saremo invece veramente “facce di scimmia”? La vecchia razza destinata al giusto oblio?
Non lo so: penso che anch’io stia andando avanti per inerzia, e mi sento sempre più stanco e scoraggiato; anche Paula, anche Giancarlo stanno lì per ore a fissare il vuoto, aspettando il prossimo messaggio o il prossimo allarme.
Io scrivo questa storia mentre si sentono rumori sordi provenire dall’esterno; potrebbero essere dei nostri simili venuti a darci manforte, oppure i maiali che hanno scoperto questo rifugio e vengono a finirci; cerco di sbrigarmi, nel caso, per quello che può servire.
So che Paula è qui vicino ma cerco di non guardarla in faccia, è già un po’ che lo evito, così come evito di alzare lo sguardo agli armadi di metallo o alle superfici riflettenti con il rischio di vedere la mia stessa faccia.

Perché, Dio mi perdoni, non ce la faccio. Lo so che dentro siamo brave persone, ma, penso, mentre i rumori si fanno sempre più vicini, non posso guardarmi: i nostri lineamenti scimmieschi mi sembrano ormai veramente troppo brutti.

FINE

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