N° 0, agosto 2018

Razze. Un racconto di Giuseppe Caleca (parte terza)

pubblicato il
24 Agosto 2018

Questo racconto lungo è stato pubblicato nel dicembre 2016 nella raccolta “Altri Giorni” edita da Arpeggio Libero. 

La prima parte è visibile cliccando qui.

La seconda parte è visibile cliccando qui.

Nora sorrideva e cercava di carezzare Helena, ma anche se Paula non si opponeva lei si ritirava come un animale spaventato, e Dio mi perdoni se non eravamo tutti animali spaventati.
“Questo mese con voi siamo a cinque fuggitivi” Cominciò a dire, visto che aveva capito che per le carezze era troppo presto.
“Per quello che ne sappiamo” la interruppe l’altro.
“Per quel che ne sappiamo” confermò lei, “e la raccolta è a metà… o quest’anno sono più cattivi, o gli altri anni eravamo meno informati. Voi come eravate sistemati? Da che parte venivate?”
“Digli chi siamo, prima”.
Nora sospirò.
“Giusto. Scusate, noi…”
Scusate? Quanti secoli erano che nessuno si scusava con me? Mi stavano prendendo in giro?
“…facciamo parte del sindacato, e inoltre abbiamo dato vita ad un’associazione che si propone di denunciare gli abusi sugli immigrati che vengono sfruttati come schiavi per la raccolta…”
“questo lo sanno, Nora…”
“Uffa! E va bene allora continua tu, visto che sai cosa dire!”
“Mamma mia… non ti si può dire niente! Insomma, sapete cos’è la mafia? Qui la mafia controlla l’agricoltura e la fornitura dei braccianti, la può appaltare ad altre persone, ex braccianti o addirittura ad altri immigrati che saltano il fosso e da sfruttati si fanno sfruttatori. A voi quanto vi hanno promesso? 30, 40 euro al giorno? Bene, alla fine della stagione se non siete morti o fuggiti ne vedete 10 al giorno se tutto va bene, se non avete saltato giorni perché malati, se non avete creato grane… e forse vi ridanno anche i documenti. Ve li hanno tolti i documenti quando siete arrivati?”
“Si. Non abbiamo più documenti” mi sentii dire.
“e nel frattempo stanno, state anzi stavate, per fortuna, in condizioni… va be’ lo sapete.”
“Ma perché non fanno qualcosa?”
Era Paula, stavolta, lo sguardo duro. Le rispose Nora.
“Chi? I cittadini? Non sanno, o fanno finta. Non conviene fare rumore su questa cosa, sono solo rischi, e sul pomodoro qui direttamente o indirettamente ci guadagnano tutti. La polizia fa quello che dall’alto le consentono di fare, cioè poco. Ci sono migliaia e migliaia di schiavi nei capannoni che sembrano abbandonati, nei sottotetti, nelle tendopoli protette da muri alti 3 metri, ci vorrebbero più elicotteri che nel Vietnam per scoprirle tutte.”
Aveva smesso di recitare a memoria ed era subito diventata più simpatica. Però, non riuscivo a credere a quello che sentivo.
“Da voi non c’è la mafia?” chiese.
“Si”, risposi, “ma… al confronto siamo dilettanti.”
E qui successe una cosa incredibile, ci mettemmo a ridere. Ridemmo come matti, in quella macchina che scendeva la collina ed entrava nella periferia di una cittadina, e io ridevo e piangevo, sentivo come sciogliersi un cappotto di pietra sopra il mio cuore e a vedere Helena che non capiva ma rideva anche lei mi sentivo nato un’altra volta.
“Noi facciamo quello che possiamo” riprese poi Giancarlo.
“E a volte anche quello che non possiamo” aggiunse Nora, guadagnandosi un’occhiataccia dell’altro, che riprese.
“Diamo assistenza, troviamo ospitalità, chiediamo copie dei documenti ai paesi d’origine… e denunciamo anche,” mi guardò, “se troviamo chi accetta di testimoniare.”
Io evitavo il suo sguardo. Come avrei potuto denunciare, e confessare un omicidio? Lui capì qualcosa, ma non disse niente. Poi, all’angolo di una strada, vedemmo due uomini che ci fissarono a lungo, e le loro facce erano di pietra, con gli occhi cattivi come quelle dei sorveglianti. E sentii ancora l’odio nella pancia.
“non ci fate caso” disse Nora, “qui tutti sanno tutto anche se nessuno lo ammette mai.”

Eravamo arrivati. Giancarlo scese e tirò su la saracinesca che scoprì una porta a vetri tappezzata di manifesti, la aprì ed entrammo in un ufficio polveroso eppure accogliente. C’erano sedie di tanti tipi diversi, giornali dappertutto, poster alle pareti, un boccione per l’acqua, tante cianfrusaglie e perfino un cavallino a dondolo, che Helena puntò subito come un gatto punta un piccione. Mi guardò, io guardai Nora che sorrise, il sorriso tolse i freni a Helena che balzò addosso alla preda. Era quasi casa.

Nel pomeriggio ci trovarono un posto dove dormire, conoscemmo Thomas. Lui si occupava delle cose più difficili, era meglio non chiedergli come faceva; e per quello, come mi spiegarono dopo, non ricopriva incarichi ufficiali. Un nero nato in Senegal che parlava il dialetto locale meglio dei nativi ed era stato tutto quello che si può essere, in quella parte d’Italia. Alla fine aveva conosciuto gli altri due e aveva concluso che il meglio che poteva fare della sua vita era aiutare quelli che avevano sufficienti meriti e bisogno per essere aiutati.
Lui ci procurò dei documenti falsi, “provvisoriamente”, disse, “finché non riusciamo a farvene avere di nuovi dal vostro paese”, e rideva, e ridevo anch’io, perché sapevo quanto sarebbe stato difficile. Ci trovò anche lavoro, come uomo di fatica e donna di servizio, presso amici fidati. Ma quale fatica? Quello era un continuo riposo, in confronto a prima! Ma rimaneva la paura, di quello che poteva succedere se ci trovavano gli amici di quello che avevo ammazzato.
Giancarlo e Nora avevano capito tutto, era bastato leggere il giornale l’indomani del giorno in cui ci avevano raccolto e ragionarci un po’ su. Era morto uno che si sapeva implicato nel giro del caporalato (ormai avevo imparato le parole chiave), cadendo dal tetto di un capannone (vuoto!) dove stava riparando il tetto. Chissà dove avevano portato gli altri. Provai una fitta di dolore pensando che per colpa mia li avrebbero puniti, li avrebbero spostati in una sistemazione peggiore.
Avrei dovuto andare alla polizia, dire tutto quello che sapevo, riconoscere tutti i sorveglianti, ma sarei stato arrestato per omicidio, e anche se mi avessero riconosciuto attenuanti, o infermità mentale, o altro, niente mi avrebbe protetto dalla vendetta dei suoi compagni o familiari. E non sono un eroe. Solo un uomo. Con una famiglia, una figlia lontana e l’altra che cominciava a sentirsi di nuovo a casa, e una moglie con cui tornare a guardarci e vederci come persone civili.

E qualche giorno dopo, mentre stavamo cominciando ad avere meno paura, cominciò.

3.

Eravamo a casa di Thomas, ci aveva invitati tutti a mangiare una specialità africana che, a sentire Nora, in realtà cucinava molto male, e a un certo punto la televisione, sintonizzata su un’emittente locale, mandò un servizio su un paio di persone che, in zona, erano andate a farsi curare per quella che sembrava una malattia della pelle; si vedeva un tipo che usciva dall’ospedale con il viso coperto, e io avrei anche dimenticato tutto se non avessero intervistato quell’infermiera che si diceva impressionata: “si, la cosa che posso dire è che le prime manifestazioni sono l’ingrossamento della zona mastoidea, in parole povere come quando vengono gli orecchioni”. Quelle parole mi fecero rabbrividire, mentre mi tornava in mente la faccia di quell’animale che avevo ammazzato, voglio dire la faccia che aveva dopo, quando sembrava che si fosse deformata e i suoi amici si erano spaventati. E mentre gli altri ridevano per una battuta sugli orecchioni che aveva fatto Giancarlo, io pensavo, speriamo che non è la stessa cosa, speriamo che non l’abbia contagiata a me, alla mia famiglia. Poi cercai di distrarmi e non pensarci, anche se la roba cucinata da Thomas davvero non si poteva mangiare.
Il giorno dopo, però, accaddero due cose che non avrei potuto ignorare.
Prima sentii parlare Giancarlo e Nora che tornavano da fare la spesa.
“Oh ma l’hai vista la faccia del panettiere?”
“Ah allora te ne sei accorta… per me sta male. Si muoveva in modo goffo.”
“C’ha la faccia gonfia”
“L’avranno menato… e avranno anche avuto delle buone ragioni! Lo sai che si dice no?”
“Ma no, non erano segni di botte. Come al solito guardi tutto ma non vedi niente!”
“E sentiamo sherlock holmes allora, che c’ha?”
“Ma che ne so… però sembrava… un maiale, ecco.”
“Sai che novità. Lo sa tutto il paese che è un maiale!” scherzò Giancarlo.
“Mah… io non ci riderei tanto. Ti ricordi che la televisione ha dato un servizio su della gente che aveva una strana malattia alla pelle? E se fosse la stessa cosa?”
“No, non ricordo. Comunque non ti sei avvicinata, no?”
“Figurati! non mi ci avvicinerei nemmeno se mi pagassero! Oh Jan, tieni, ti ho preso l’uva che ti piace. Oh, ma che hai pure tu?”
Avevo che non credevo alle mie orecchie, come un paio di settimane prima non avevo creduto ai miei occhi, li affacciato alla finestrella della baracca.
E poi, in serata, su un giornale, la notizia: era stato trovato in un fosso il corpo di un immigrato o presunto tale morto da una settimana circa, il corpo presentava segni di violenza e deformità al viso, difficili da definire anche per lo stato di decomposizione, ma facevano pensare a… un maiale.
Allora chiamai Giancarlo e Nora. E raccontai tutto. Tutta la storia, più o meno come l’ho scritta fino adesso. Rimasero in silenzio per un po’. Lei mi strinse il braccio. Dopo, all’improvviso, Giancarlo scoppiò a ridere.
“ma non ci posso credere! Ma te l’immagini, l’epidemia di maialite? Dai, scusa Jan, ma non credo ci sia da preoccuparsi, se davvero fosse contagioso qualcosa sarebbe già successo, e poi potrebbero essere coincidenze, lo sai che i giornalisti quando sentono una notizia strana cercano subito di farci scopa…”
“Sei il solito superficiale!” lo interruppe lei, “Io invece lo considererei seriamente. In quelle baracche ci sta gente di almeno dieci paesi diversi, immigrati senza nessun controllo sanitario e in condizioni igieniche scandalose. Che succede se c’è un’epidemia ‘strana’? Mica possono andare alla asl, i caporali!”
Alla fine decisero di affidare le indagini a Thomas, che sapeva dove guardare e a chi chiedere.

Era un’estate eccezionalmente calda, ricordo, e all’ora del tramonto, dalla collinetta dove ci eravamo sistemati nella dependance di una vecchia villa, si vedeva distintamente lo strato di umidità che opprimeva la piana, quando vidi arrivare la Panda di Giancarlo che guidava anche peggio del solito. Chiamai Paula che era andata a cogliere del finocchio selvatico, poi lasciai stare il cesto che stavo intrecciando, che sarebbe stato rivenduto a un qualche mercatino o festa paesana come artigianato africano o chissà cos’altro, e preparai il caffè.
“E’ qui che ci sono due schiavi fuggiaschi? Tom, prendi la corda!”
Anche l’umorismo di Giancarlo era peggiore del solito, e la cosa mi preoccupava molto. Voleva dire che c’era qualcosa di serio. Entrò con Thomas e un uomo che non conoscevo, proprio mentre arrivava Paula dall’altra parte, con la bambina.
“Jan, questo è il dottor Di Nardo. Ma quest’odore è caffè?”
“Certo che lo è. Piacere, dottore. Sedetevi.”
Paula portò le tazzine fumanti. A casa avevamo avuto un servizio di mia bisnonna, porcellana antica, venduta per venire fin qui dove avevamo quattro tazze sbrecciate e per fortuna lei non prendeva caffè. Ci fu un momento di silenzio.
“Bene”, cominciò Thomas, (Giancarlo era molto fifone per queste cose, ormai lo sapevo), “Ho fatto un sacco di chiacchierate interessanti in questi ultimi giorni. In effetti questa cosa mi ha dato molto da fare. Prima di tutto ho scoperto che un certo numero di persone non si fanno più vedere in giro. Allora ho fatto parlare i punti deboli di ogni famiglia: bambini e donne di servizio. Senza dimenticare i pusher. Magari uno che non vuole farsi vedere in giro non va al supermercato, ma dallo spacciatore si. E ho potuto farmi un’idea della dimensione del fenomeno”.
“Scusami, ma insomma c’è pericolo per noi?” intervenne Paula opportunamente interrompendo l’orgogliosa esposizione del nostro agente segreto.
Intervenne allora il medico:
“No. Quasi certamente no. Quantomeno, sarebbe molto strano. In linea di massima, tutti voi dovreste essere al sicuro.”
Giancarlo lo fissò con una strana espressione. In quel momento feci caso all’assenza di Nora. Ma non feci in tempo a parlare, che Tom riprese.
“Va be’ insomma, nel solo nostro comune mancano ‘all’appello’ una sessantina di persone. Tutte presumibilmente ammalate. Allora mi sono chiesto perché non viene data nessuna notizia, e ho cominciato a spremere ambulatori e ospedale”.
E guardò il dottore con un gran sorriso sarcastico, dal quale compresi che la collaborazione del medico non era stata proprio spontanea ed entusiasta. Ognuno ha i propri segreti, e ciascuno di essi è un’arma carica, custodita più o meno bene… prese quindi la parola di nuovo il medico.
“La notizia non è nota perché la malattia è del tutto nuova, estremamente contagiosa e, diciamo… invalidante. Si vuole evitare il panico.”
“Invalidante?”
Guardò Giancarlo che non mosse un muscolo, poi me, poi Paula.
“Ecco, pare che non abbia conseguenze a carico dei principali sistemi, eccetto che per quanto riguarda l’aspetto fisico”.
“la faccia da maiale!” Interruppe Paula, che non è la pazienza in persona.
“Ecco, si. Ma non solo.”
“Cioè?” (quel dottore cominciava a dare ai nervi anche a me)
Sospirò, come chi si prepara a spendere gli ultimi spiccioli sapendo che deve, ma con zero voglia: “Finora sono noti 34 casi che si sono presentati al proprio medico o al pronto soccorso. Inoltre il signor… Thomas qui presente, mi ha messo al corrente di altri 31 casi di persone che non hanno richiesto assistenza medica o l’hanno fatto in forma… diciamo, anonima”.
“Diciamo che hanno minacciato di morte il medico se parla”.
“Diciamolo pure.”
“E…?”
“E aggiornando le statistiche con, ehm, le aggiunte, abbiamo che circa un terzo dei casi presentano la sindrome, ehm, della faccia da maiale, diciamo così.”
“E gli altri?”
“Quasi tutti gli altri presentano una analoga progressiva deformazione somatica, ma l’aspetto cui tendono è piuttosto un’attenuazione generale dei lineamenti, come dire… insomma occhi senza espressione, naso appena accennato, niente labbra.”
Ci guardò come per trovare incoraggiamento alle parole che lui stesso sentiva incredibili mentre le pronunciava.
“Senza faccia?”
“Poca faccia… e, la cosa più sorprendente, tutti uguali. E non è finita. C’è, a quanto pare, una terza alternativa al decorso della malattia.”
“un’altra?”
“Un paio di pazienti, finora. Il viso comincia a farsi più luminoso, i lineamenti più delicati, e, non so come descriverli… belli. E poi, l’ho scoperto proprio stamattina, la fotoluminescenza è reale.”
“Foto… cosa?”
“Si illuminano, Jan.” Intervenne per la prima volta nella discussione Giancarlo.“Ma sono solo un paio, considerando tutti i 66 casi…”
“65, se ho fatto bene i conti” disse Paula, che è precisa come la lama di un rasoio.
Ci fu un momento di silenzio, in cui gli uomini seduti davanti a me si guardarono. Poi tornò a parlare Giancarlo.
“Il caso in più è Nora. E’ lei l’altro angelo.”
Ecco perché era così nervoso, quella sera. Che Nora fosse colpita dall’epidemia era un brutto colpo per noi, per quanto, in fondo, che fosse un angelo lo avevamo pensato tutti una volta o l’altra. Eppure, anche se il medico mi aveva rassicurato, sentivo una specie di ansia nel modo in cui tutti quanti ancora stavano lì, a guardarmi ed aspettare, come se non fosse la malattia di Nora il peggio che dovessero dirmi.
Thomas con la consueta sveltezza si accorse dei miei dubbi e riprese a parlare.
“Jan, abbiamo fatto anche un’altra cosa. Abbiamo studiato la rete di conoscenze degli ammalati per scoprire da dove tutto è cominciato; ho scoperto che nei casi di epidemia si fa normalmente, ma io l’avevo fatto per conto mio, poi ho incrociato le mie informazioni con quelle del dottore e…”
“E…?”
“Ecco, dando per scontato che chi si ammala prima sia stato contagiato anche prima…”
“cosa nient’affatto certa” interruppe il dottore,
“si, niente affatto… ma se fosse così si può tracciare una specie di albero genealogico dell’epidemia, e risalire al… capostipite.”
“E il capostipite è…?” dissi, pentendomi immediatamente di averlo fatto.
“Sei tu, Jan,” disse Giancarlo, guardandomi con un’espressione indefinibile, “Il primo caso è il sorvegliante che hai ucciso. Sei tu.”

La prossima puntata sarà pubblicata venerdì 7 settembre.

La prima parte è visibile cliccando qui.

La seconda parte è visibile cliccando qui.

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