N° 1, settembre 2018

Sabra e Shatila

pubblicato il
17 settembre 2018

Anni fa scrissi un racconto per commemorare il massacro di Sabra e Shatila del 1982.
Si chiamava L’alba ed è stato pubblicato da Arpeggio Libero.
Il racconto, che spero non sia profetico, ha per protagonisti due ragazzini sopravvissuti al massacro, ma scippati della loro umanità.
Oggi voglio proporvi il finale, perché di questa, come di troppe altre atrocità, mi terrorizza il lento inesorabile scivolare dell’uomo che odia verso la barbarie.

Con mio fratello uscimmo tenendoci per mano. In silenzio e senza dire parola, come eravamo stati per ore in quella camera ardente. Non stavamo celebrando la morte della nostra famiglia. Piangevamo la nostra, la fine di ogni ipotesi di fuga verso qualunque futuro est. Con i nostri piccoli passi attraversammo le rovine fumanti. Stavamo rasenti le poche mura ancora in piedi, scansando pezzi di uomo e di metallo mescolati a vanvera dalla furia omicida. Ma eravamo fuori dai nostri piccoli corpi, immersi in una insensibile e nitida dimensione che ci aveva preso in ostaggio e mai ci avrebbe abbandonato. Non avevamo più alcuna paura: di un’ombra o scricchiolio o sparo; nessuno avrebbe potuto più ucciderci perché la vita ci aveva abbandonato. Eravamo la morte per definizione, l’unica realtà che prepotente aveva invaso quel campo e la città intorno, quella nazione e il mondo intero e l’universo che lo circondava. Tutto. Per sempre o almeno finché la compassione di un evento casuale non avesse fermato i nostri due cuori. Non avremmo potuto neanche suicidarci, perché non eravamo più in grado di percepire sollievo da nessuna morte, neppure dalla nostra!
I cancelli del villaggio erano aperti e lentamente li attraversammo lasciando dietro di noi le cataste di corpi: cibo per mosche e concime. Noi eravamo i due superstiti di quell’enorme letamaio, escrementi espulsi dagli intestini estratti a mani nude dal ventre profanato delle nostre madri. Poggiato su uno stipite, vicino a una delle inferriate divelte, un vecchio con un berretto verde in testa sembrò sorriderci da uno squarcio profondo sul volto. Appariva felice, come se avesse ricevuto una bella notizia, ma era solo l’ultimo orrore che scontavamo a causa del nostro volere essere sopravvissuti.
Il sole era alto e anche fuori il panorama appariva desertificato. Solo i morti erano realmente assenti, mentre i vivi o, meglio, coloro che pensavano ancora di esserlo, ci guardavano spaventati dietro gli spifferi delle finestre. Eravamo i due reduci di quella strana progenie relegata nel recinto per un qualche motivo dimenticato dai più. Vicino, le campane di San Pietro in Vincoli piangevano qualcosa o qualcuno. Lo facevano con il ritmo della morte che tante volte avevamo sentito e che adesso aveva lo stesso battito del nostro cuore. Cupo, lento. Opaco.
Mario, mio fratello, non c’è più. Lo hanno fatto esplodere dentro una scuola a Brembate. E sono stato contento per lui, perché finalmente ha finito di sgozzare persone. Non che provi più qualcosa di simile all’orrore, ma il sangue che sgorga di colpo sulle mani mi ricorda ancora la faccia sgomenta della bambina di cui non ricordo il nome. E il corpo devastato di mia madre, su quel letto. E Sara, la mia bastardina.
Penso questo mentre tengo per i capelli la testa di uno di Cosenza. Uno di loro. Uno di quelli che credono che Dio non esista. Noi invece sappiamo che c’è. E che ci odia.

Foto da Pixabay

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