N° 1, settembre 2018

Solo tre parole.

pubblicato il
10 Settembre 2018

Buonismo fuori posto
Ci giunge l’eco di intenerimenti compassionevoli e sentimentali sulla sorte dei “poveri migranti”.
Non tra il popolo che lavora e che sa ben distinguere tra sofferenze vere e sofferenze nostalgiche; il sintomo si nota, soprattutto, in certa borghesia intellettualoide che ha succhiate le superficialità insidiose e corruttrici della cultura globalizzata e che non sa darsi pace della necessità di rinunciare a simili deformanti abbandoni e di sentire il brusco ma sano ritorno alle origini.

Queste parole fanno parte di un trafiletto uscito su “La Stampa”, il 10 settembre 1938, esattamente ottant’anni fa, e la cui immagine trovate in fondo a questo post.

Suona strano? Suona fake? Beh, no, è autentico, quasi del tutto. Mi sono solo preso la libertà di sostituire appena tre parole: “cosmopolita” con “globalizzata”, “pietisti” con “buonisti” e “ebrei” con “migranti”.

Annunciate a mezzo stampa il giorno 3 (vedi foto di copertina di questo articolo), il 5 settembre le prime leggi razziali erano state firmate dal re (non me la sento di usare la maiuscola), cominciando a scrivere la pagina più vergognosa della storia dell’Italia unita (altri decreti seguiranno, tra estate e autunno di quell’anno). Il 10 settembre compariva questo trafiletto.

Ma ovviamente, quello che colpisce me, e spero anche voi che leggete, è la perfetta identità del linguaggio (benché colorato da una sfumatura di fusarismo) con quello usato oggi dai cosiddetti sovranisti e dai loro adepti.
Il meccanismo era semplice, ottant’anni fa: il leader sceglie vigliaccamente un avversario debole come capro espiatorio di tutti i mali e al tempo stesso distrazione del popolo dai problemi veri; i seguaci vigliaccamente si lasciano andare all’odio e al disprezzo perché nelle loro vite, povere di valori e di soddisfazioni e amareggiate da paure indotte e precarietà, avere qualcuno da odiare e a cui sentirsi superiori dà l’illusione di riempire il vuoto esistenziale.
E questa vigliaccheria viene spacciata per forza, come se i forti, gli eroi non fossero invece per definizione coloro che sanno andare oltre l’egoismo e le umane meschinità.

Attenzione però, ché la Storia, come canta De Gregori, dà torto e dà ragione, e ricorda a tutti chi era Goebbels e chi era Schindler, chi Maramaldo e chi Salvo D’Acquisto.
E chi fu popolo e chi gregge di capre.

Ma adesso siamo fortunati, perché nessuno più, ovviamente, oserebbe additare come capro espiatorio una minoranza (o più minoranze) ed avvelenare i sentimenti della Nazione, solo per un suo tornaconto di potere, anche perché, ovviamente, nessuno più cascherebbe in questo gioco, nessuno gli darebbe credito, ormai la gente non si fa più incantare dalla propaganda, e il suo animo, più nobile e generoso, non ha bisogno di rancorose rivincite su qualcuno a cui sentirsi superiore.

Ovviamente.

Però, però, solo tre parole…

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Le parole ci definiscono agli occhi degli altri, descrivono ciò che siamo ma soprattutto tagliano via ciò che non siamo o non si presume che siamo, ci delimitano imprigionandoci dentro un tracciato, sia quando le abbiamo scelte noi che quando sono imposte da altri. Per questo rivendichiamo la parola “buonisti” e ne facciamo non un recinto ma una base aperta da dove e sulla quale può partire e svilupparsi un discorso e un confronto rivolto a chiunque, ma fondato sulla tolleranza e sul rispetto universali.

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