N° 0, agosto 2018

Tocca a noi atei

pubblicato il
8 Agosto 2018

L’intenzione di questo gruppo è creare comunicazioni brevi ed efficaci. Se fossero vini sarebbero “di pronta beva”. Se la mia partecipazione fosse un libro questa ne sarebbe la prefazione – come tale non è breve e non si pone il problema di essere efficace.
Confessa: davvero leggi le prefazioni prima del libro?
Io sì, sempre, ma io sono un nerd. Tu probabilmente no.
Tu hai comprato il libro e vuoi leggere il libro. Non la prefazione.
Se dopo qualche pagina il libro ti piace torni indietro a leggi la prefazione. “Bravo questo, fammi capire…”
Se dopo qualche pagina il libro ti annoia lo molli e basta.
Se infine ti fa schifo, forse torni indietro e leggi la prefazione, e anche la sovracoperta. “Ma chi è ‘sto scemo?”
Fai così anche tu. Salta la mia prefazione oggi. Fidati.
La leggerai dopo.
Forse.

 

Prendo spunto da un interessante articolo su L’Espresso per una mia considerazione allargata.

http://espresso.repubblica.it/visioni/scienze/2016/09/19/news/e-l-invidia-il-motore-del-paese-1.283238?ref=fbpe

L’invidia, io credo, è a sua volta una conseguenza. Il problema di fondo è molto più esistenziale. E’ la rabbia.

Dato dello scorso luglio: circa 2.3 miliardi di persone almeno una volta ogni mese, e 1.4 miliardi ogni giorno, utilizzano uno dei prodotti Facebook.  Facebook è eccitante per l’utente perché gli regala l’illusione di avere un pubblico interessato a qualsiasi idiozia egli decida di pubblicare. Gli permette di costruirsi un suo popolo privato – piccolo o grande, partecipe, adorante o bue – e di ottenere da questo approvazione.  Perché mai, d’altra parte, dovresti pubblicare la foto del piatto che stai per mangiare se non per farti rispondere “Ooooh!” ?

Facebook, più precisamente, regala l’impagabile sensazione di Avere Ragione.

Bello. Tolti però pochissimi amici stretti il pubblico social di ciascun utente è in realtà una comunità ingovernabile. Quelli che si mostrano d’accordo non sono assidui come dovrebbero. Quelli che non sono d’accordo sempre di più, troppi. Insomma dopo un po’ Facebook comincia a restituire all’utente sempre più negatività. Sembra quasi mettere in dubbio quella Ragione che aveva gli precedentemente regalato.
Anzi, sembra quasi togliergliela, riprendersela.

Mai sia !  La Ragione è Mia, lo è di diritto perché io sono Io, e sono Bravo!
Fanculo quelli che mi schifano, il datore di lavoro che mi tratta come una nullità, il governo ladro e big pharma.
Io qui ho verificato quello che ho sempre saputo e cioè che ho Ragione, e ormai non mi fregate più. Io Esisto.

L’utente va in crisi d’astinenza da approvazione. Alcune volte cade in depressione, altre si arrabbia.

In questo stato, per abusare di lui in modo gratuito ed illimitato non occorre avere studiato il Diario di Joseph Goebbels.

Consideriamo ora un altro soggetto. Il Credente.

Il credente monoteista non accetta che altre religioni monoteiste, o l’assenza di religione, abbiano dignità pari alla sua. Non perché sia convinto delle superiorità delle opinioni del suo dio – sa una sega il cristiano medio di cosa sta scritto sul corano, e spesso anche sulla bibbia – e viceversa –  ma perché gli insegnamenti della sua religione sono studiati perfettamente al fine di cucirgli addosso una specie di giacca di taglio sartoriale, assolutamente esclusiva, tutta piena di spillette. Ogni spilletta è uno degli insegnamenti Veri, anzi Giusti, del suo credo, è approvato dal Padre, e dalla maggioranza della sua Comunità. La giacca vista allo specchio è bella, è scintillante, è approvata, ed è –  soprattutto, e per definizione di religione monoteista – unica.

E’ insomma il Senso dell’Esistenza, anzi l’Unico Senso dell’Esistenza.

La fregatura (per il credente monoteista) sta naturalmente nella pretesa unicità. Non è libero egli di ammettere a sé stesso che i credenti di altre religioni, o i non credenti, abbiano dignità pari alla sua. Io che sono ateo posso farlo. Lui che è credente no. Se gli fosse concesso, ergo la sua religione non definirebbe il Giusto. Non sarebbe monoteista. Negando la premessa.

Nella migliore delle ipotesi, quindi, il credente monoteista pazientemente sopporta l’esistenza di esseri meno fortunati di lui. Come me, per esempio. O come un musulmano, o un buddista. Ciò naturalmente finché la loro esistenza non crea limiti alla qualità unica della sua Giacca. In questi casi si arrabbia. Anche la sua è una rabbia esistenziale, nel senso che è una reazione all’attacco ai fondamenti della sua Ragione di Essere. Nella sua comunità religiosa egli aveva trovato la propria definizione come Persona Positiva. Negare il suo dio vuol dire negare la sua esistenza come persona.

E in quanto arrabbiato – ci siamo già capiti – finisce in tasca al primo arringapopoli che passa. Fai leva su come e quanto sono incazzati i cattolici con la morale familiare musulmana e raccogli più consensi delle ciliege sull’albero dello zio quando è stagione – e con meno fatica.

Facebook e le religioni sono operativamente assimilabili a droghe sintetiche.

La grande differenza tra le religioni e Facebook è nel ritmo.  Facebook ti sbatte in faccia la sua falsa realtà più volte al giorno. E’ una droga che ti porta alla dipendenza molto più rapidamente.

Il motore (negativo) della società moderna, secondo me, è la rabbia legata alla crisi d’astinenza da droga sintetica.

Come una organizzazione religiosa, e per gli stessi fini, Facebook è gestito in modo da consolidare ed allargare continuamente la base d’utenza, e trasformare il disappunto per le incongruenze dei suoi contenuti, e la rabbia dell’utente, in rinnovata energia partecipativa.

Tra i gestori dei grandi sistemi droganti e i politicanti populisti non esiste probabilmente connessione diretta, ma gli uni beneficiano al massimo grado dell’esistenza degli altri: il divulgatore di false identità positive guadagna ovviamente dal crescere della sua comunità, il politicante populista fa leva sull’epidemia di rabbia sviluppatasi, tra l’altro non per colpa sua, nel gregge del primo.

E cosa c’entrano gli atei in tutto questo?

Noi atei sappiamo che la vita non ha alcun senso autonomo, alcuno scopo interno. Non esiste un Giusto, uno Sbagliato, e a sentire Kant non possiamo essere nemmeno sicuri che esista il Reale. Soprattutto, abbiamo fatto pace con la ricerca di una giustificazione esterna della nostra esistenza. Non che non ci manchi. Manca a chiunque. Solo che abbiamo capito che non c’è, o che non è conoscibile, il che è lo stesso: bisogna Vivere senza sapere Perché. Punto e basta.

E quindi non ci droghiamo? Quando mai. Consumiamo anche noi droghe. Come tutti. La differenza è che noi ne siamo consapevoli. La crisi d’astinenza, quando ci assale, può portare un po’ di contraccolpo negativo. Ma nella maggioranza dei casi si spegne. E’ la certezza della impossibilità di definire operativamente Giusto e Sbagliato che ci rende più forti della droga.

Orbene la situazione generale, è sotto gli occhi di tutti, si è fatta preoccupante. E non solo in Italia. I drogati in crisi di astinenza sono troppi, ogni giorno di più, ed ogni giorno vanno ad aumentare il seguito degli arringapopoli.

L’unica via d’uscita che vedo è aiutarli a guadagnare consapevolezza.

Gli unici che hanno i numeri per farlo siamo noi atei.

Non perché sia Giusto – che non esiste – ma perché Conviene.

 

Non ti sei fidato e hai letto oggi… bravo !
#oracosavuoi ?

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5 Commenti
  1. Riccardo Gavioso
    Rispondi

    Riccardo Gavioso

    8 Agosto 2018

    «In futuro tutti saranno famosi per 15 minuti». Che la frase sia di Warhol o di un fotografo con cui parlava poco cambia, a quei tempi era profetica. Ma pochi sono quelli che ne hanno compreso appieno il significato: non azzardarti a chiedere un minuto in più!

    • Alberto Pittaluga

      Alberto Pittaluga

      8 Agosto 2018

      Verissimo. E rincaro la dose. Warhol si sbagliava di un ordine di grandezza: parliamo di minuti secondi, non di minuti primi.

  2. Marco Camalleri
    Rispondi

    Marco Camalleri

    8 Agosto 2018

    È piaciuto anche a me che non sono ateo.

  3. Avatar
    Rispondi

    Loredana Battaglione

    9 Agosto 2018

    interessante teoria che non condivido pienamente ma solo sotto alcuni aspetti. L’unicità religiosa è rassicurante ci copre con la sua benevola coperta e ci mette al riparo dal male (il diverso credente) ci fa sentire parte di un tutto omologato, che poi sia fallace o meno, coerente o no ortodosso o eretico poco importa. Parimenti potremmo viceversa sentirci unici in cima alla nostra turris eburnea consapevole, non è religione anche questo? filosofia non logica ergo poco conveniente. complimenti per il pezzo compreso della prefazione che di solito leggo sempre alla fine

    • Alberto Pittaluga

      Alberto Pittaluga

      12 Agosto 2018

      In un certo senso sì. La differenza, alla fine di tutti i discorsi, è a mio avviso solo la seguente. Noi atei ammettiamo senza difficoltà che esistano menti che cedono alla necessità di autogiustificare la propria esistenza “relegandosi” ad una supposta verità esterna da sé. La maggior parte dei credenti non sono autorizzati a farlo dai dogmi della religione che hanno scelto. Per noi atei la convivenza con i credenti è coerente con il nostro mindset, e il problema di costruire le basi della convivenza civile coincide con il problema di costruire una convivenza laica. Per loro, i credenti, è nella migliore delle ipotesi uno sforzo enorme, nella peggiore una bestemmia del loro dio (cioè del loro ego).

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Le parole ci definiscono agli occhi degli altri, descrivono ciò che siamo ma soprattutto tagliano via ciò che non siamo o non si presume che siamo, ci delimitano imprigionandoci dentro un tracciato, sia quando le abbiamo scelte noi che quando sono imposte da altri. Per questo rivendichiamo la parola “buonisti” e ne facciamo non un recinto ma una base aperta da dove e sulla quale può partire e svilupparsi un discorso e un confronto rivolto a chiunque, ma fondato sulla tolleranza e sul rispetto universali.

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