N. 2, ottobre 2018

Università della vita? Ahi! Ahi! Ahi!

pubblicato il
28 ottobre 2018

TEMPO LIBERO

In time è il titolo di un film del 2011 suggeritomi da un amico e che tratta di un futuro distopico nel quale il tempo diventa moneta. Uno scenario nel quale si lavora e si produce per guadagnare ore e giorni di vita, in una società dove i ricchi accumulano centinaia di anni in un delirio di immortalità. Un tema suggestivo visto che è il tempo quello che inizia a mancare in questo presente efficientista. Soprattutto il tempo libero, che già dall’aggettivo sottolinea quanto il resto sia inteso come coercizione alle attività, tutte volte a scontare questa libertà apparente. Eppure se ci fate caso gran parte di questa libertà è destinata alle cose che affollano la nostra vita e che hanno preso il sopravvento. Prendi l’auto, la sua manutenzione, le scadenze, la ricerca del risparmio, del consumo, le revisioni e la patente che si rinnova. Diciamo che parte del nostro impegno giornaliero è necessario per badare a un marchingegno di plastica e metallo, che costituisce per tanti un simbolo di appartenenza a una presunta classe sociale. Perché diciamo la verità, alla fine paghiamo il SUV con decenni di rate sanguinose solo per sentirci parte della disagiata medium class.
Ma adesso rilassiamoci e che ne dite, si va a prendere una pizza? E sì, dai! Andiamo a Napoli, ok? La patria della pizza. E andiamo in un luogo speciale, alla Federico II. Come? Dite che c’entra l’università con la pizza? Seguitemi ancora per un po’: alla Federico II c’è RoDyMan il primo robot pizzaiolo in fase di sviluppo.

Per adesso fa quasi tenerezza tanto è impacciato, ma il progetto guidato dal professor Siciliano sta affrontando un problema basilare degli sviluppi tecnologici futuri, ovvero la capacità manipolatoria degli arti robotici. Perché, se non ve ne siete ancora resi conto, le vostre mani con tanto di pollice opponibile sono un gioiello di ingegneria, piuttosto sprecate nel quotidiano parossismo di click social.
Inutile dire che non mi aspetto di trovare a breve nelle pizzerie take away cloni di RoDyMan che sfornano margherite e quattro gusti, ma sottolineo che già oggi è in corso un inserimento progressivo in ogni attività ripetitiva di aggeggi elettromeccanici. Tutta roba pensata e prodotta da gente con competenze e culture tecniche piuttosto elevate, in generale non acquisibili alla famosa università della vita, della quale molti vanno tanto fieri.
Un processo quindi che sostituisce lavoratori in carne e ossa, desiderosi di pause e tempo libero, con macchine inevitabilmente limitate solo dalle manutenzioni. Attenzione che qui non voglio parlare solo di un logico e progressivo ridursi del lavoro manuale e ripetitivo, ma di un modificarsi del concetto stesso di lavoro. C’è infatti chi risolve le cupe visioni futuriste dei robot diffusi con la necessaria emersione di lavori nuovi e maggiormente remunerativi, trascurando a mio modo di vedere un aspetto importante, ovvero l’effetto Ryanair generalizzato. I nuovi colossi economici non vendono infatti ciò di cui sembrano occuparsi: Ryanair non vende voli, ma viaggiatori ai luoghi dove atterra, che pagano profumatamente per accedere a quei potenziali clienti. Come Facebook non vende spazi pubblicitari, ma informazioni preziosissime per targettare pubblicità e politica. Come Airb’n’b non vende posti letto, ma turisti ad affamati operatori locali. E come Amazon non vende cose, ma spazi virtuali dove vendere. Ma questo atteggiamento è in corso di rapida estensione anche sul versante lavoro: per arrivare con efficienza ovunque Amazon ha bisogno di magazzini immensi e reti di logistica che sta provvedendo ad automatizzare (scommetto che sarà molto interessata a RoDyMan) e che applicano il metodo Ryanair ovvero vendendo i posti di lavoro alle autorità politiche disposte a chiudere vari occhi sul piano fiscale e non solo. Prendetevi un po’ di tempo e leggete la vicenda di Sanders contro Bezof, un reale mercato dei posti di lavoro pagati con agevolazioni di ogni tipo e sotto forma di misure assistenziali come i food stamps ai lavoratori sottopagati: Sanders contro Amazon
Per questo non mi aspetto da questo sistema una reale automazione diffusa nell’immediato, ma che questa porti un contributo non secondario di questa leva per alzare il prezzo dei posti di lavoro creati ad hoc solo per aumentare i ricavi, drenando capitali dal pubblico verso le elites economiche e tecnologiche. Con buona pace dei tecnici di alto livello da impiegare nelle future manutenzioni, da formare, sovvenzionare e pagare con il residuo di ricchezza delle classi medie; cervelli a basso costo che si troveranno a pagare biglietti di ingresso esosi per mettere le mani sulle delicate articolazioni di RoDyMan.
Ovviamente ogni singola azione politica in questo ambito verrà pensata per aumentare la fiducia dei consumatori, giacché questo siamo e per questo dobbiamo comprare posti di lavoro, faticando nel tempo libero per consumare quanto più possibile e destinando alle cose ogni energia: dall’acquisto, alla manutenzione, allo smaltimento in un vortice che ingoia tutto, compreso cultura, cibo, sesso. Tutto.
Ora a me un dubbio viene: ma se Amazon vende posti di lavoro può essere che di questo lavoro non abbiamo bisogno? Può essere che di tutta questa abbondanza di cose non sappiamo che farcene? Può essere che il vero problema è che, cacciati dall’Eden e costretti per migliaia di anni al lavoro, oggi abbiamo perso la capacità di vivere nel tempo libero, che come ogni cosa che ci parla di libertà incute una sorta di horror vacui che io chiamo liberismo?
Insomma non è che siamo celiaci obbligati a ingollare pizze sintetiche prodotte con grani coltivati da macchine, per poter pagare le rate di un’auto che ci occupa l’intera ora d’aria?
Vi lascio con questa domanda, ma ne riparliamo nella prossima bonus track dove proverò a fare un punto delle puntate, per confessarvi le mie perplessità sul futuro e che quindi s’intitolerà Contronatura.

🙏 Sayonara

Chi vuole leggere i post precedenti:
Introduzione
L’oroscopo
L’aria fresca
Agenzie funebri

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Le parole ci definiscono agli occhi degli altri, descrivono ciò che siamo ma soprattutto tagliano via ciò che non siamo o non si presume che siamo, ci delimitano imprigionandoci dentro un tracciato, sia quando le abbiamo scelte noi che quando sono imposte da altri. Per questo rivendichiamo la parola “buonisti” e ne facciamo non un recinto ma una base aperta da dove e sulla quale può partire e svilupparsi un discorso e un confronto rivolto a chiunque, ma fondato sulla tolleranza e sul rispetto universali.

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