N.3, novembre 2018

Università della vita? Ahi! Ahi! Ahi!

pubblicato il
16 novembre 2018

CONTRONATURA

L’atto di civiltà, che è un atto di prepotenza umana sulla natura, è un atto contro natura.
G. Ungaretti – da Comizi d’amore, P.P.Pasolini


Abbiamo iniziato questo breve tour nella complessità del nostro tempo guardando il mondo attraverso il display touch dei nostri smartphones. Un espediente furbo per democratizzare l’interazione con quello che con ipocrito distacco continuiamo a definire mondo virtuale. Uno spazio che si ritiene quintessenza di futuro, tempio dell’intelligenza umana inverata che soverchia la natura dominando incontrastata sul pianeta. A dire il vero vista da dietro il vetro la scena appare piuttosto arcaica, imbellettata appena un po’ da un truccatore neanche troppo creativo: solo un camouflage di aruspici rivestiti in completo blu da analista finanziario che scrutano le viscere degli algoritmi, provando a leggere il futuro degli hedge fund, in balia del cinico manifestarsi di una natura fatta mercato. E sì, bisogna lasciar liberi i mercati, evitare ogni interferenza umana, per addentrarsi in selve oscure dove solo i più forti, le elites finanziarie e tecnologiche, sopravvivono. In questa intricata vegetazione abitano mahatma elettronici ai quali chiediamo l’immortalità e il segreto della felicità assoluta. Non ne siete ancora convinti? Guardate questa vecchia copertina del Time.

Mentre i deboli, quelli che non hanno il biglietto d’invito, sono in coda per una auto-svendita promozionale; carne da macinare per gli happy meal, tutti con un compito preciso come negli alveari le api operaie: consumare e incidentalmente produrre, essendo essi stessi merce da piazzare al miglior offerente. Peccato che il biglietto di ingresso alla corte dell’ape regina costi caro, sempre più caro. Quanto caro bisogna farselo raccontare dalla sfilacciata classe media consigliata da cerusici interessati a salassi d’istruzione iperspecializzata a favore della rara prole. Un biglietto che non fa accedere a nessun luogo, ma restituisce il sogno del futuro ai pochi prescelti che potranno smaterializzarsi in ombre rapaci dietro il vostro touchscreen.
Noi da questa parte pensiamo di avere l’universo sulla punta del nostro indice mentre votiamo sui portali della democrazia diretta. Balle su balle, perché la democrazia al tempo dei keynotes è obsoleta come i guidatori umani nei fiammanti SUV, poco più evoluti dei cianobatteri di 2500 milioni di anni fa. Respiriamo come essi fecero, arrugginendo ogni cosa, noi compresi, aggrediti dai radicali liberi. Ma tranquilli, l’elite troverà un elisir di lunga vita e un set di bombole d’ossigeno adatte al clima monsonico per superare la buriana, mentre sorseggiamo Martini di mediocre fattura, in attesa dell’esodo verso un pianeta sintetico nuovo di zecca; decimati ma felici finché non scopriremo che, ahi noi, tutti quanti sulla stairway to heaven non ci possiamo avviare. Perché qui crolla tutto, i ponti, gli dei e le speranze di avere tempo libero dal mercato. E secondo me sarà allora che in mezzo alla calca vedremo Giggino e il capitano, invecchiati e curvi, litigare per chi debba passare per primo, confusi dalla obsolescenza programmata dei confini, ancora incapaci di comprendere in graduatoria la troppa vicinanza tra loro e il ragazzotto ghanese con la maglia falsa di CR7.
In fondo è davvero sempre la stessa vecchia storia che racconta il Rav Krushka nella scena iniziale di Disobedience: Hashem all’inizio dei tempi creò gli angeli e le bestie. I primi non conoscevano nient’altro che la sua gloria e non concepivano che il bene. Le bestie invece seguivano pedissequamente la legge naturale, nessun bene, nessun male, solo necessità. Ma alla creazione mancava qualcosa – che potesse dare un senso al suo nome aggiungo io – così l’ultimo giorno, dal fango, Hashem modellò l’essere umano dandogli con la vita l’intelligenza, la capacità di inter-lìgere, di discriminare tra opzioni che per qualche motivo – biologico o spirituale o che altro volete voi – solo lui sa astrarre. Perché l’intelligenza probabilmente non è manipolare materia per creare un touchscreen e non è usarlo per osservare da novelli cianobatteri l’ossidarsi d’ogni cosa. Forse è creare mondi contronatura, sfidare il libero mercato con il libero arbitrio. Tornare alle origini non per cercare una qualche presunta innocenza nelle caverne, che in quanto angelica o bestiale a noi non compete, ma per ammirare le sofferte concrezioni colorate che senza scopo alcuno la natura produce nei secoli.
Che fare quindi? Per rispondere a questo quesito oggi servono filosofi e artisti – ecco l’ho detto -, gente che pensa lentamente mentre passeggia sulle spiagge d’inverno, che sposta con il piede la sabbia lasciando segni che la risacca oblia. Gente che assegna i nomi alle cose: esseri umani. Per trovarli serve spegnere i social e mettersi a cercare in giro. Ci sono, di sicuro, non li sentiamo perché sommersi dal vociare insulso delle dirette facebook; eppure in questi anni ci hanno guardato, noi e i nostri meme, e possono spiegarci l’insoddisfazione e la rabbia. Ci servono in fretta perché sono gli ultimi antagonisti della natura e solo loro possono addomesticare l’algoritmo, per generare non il lavoro di cittadinanza, merce deperibile per elites annoiate in attesa di un astronave per Marte, ma cittadinanze che non necessitano di lavoro, roba complicata e mondi così futuri anche solo da immaginare. Lo so che sembra un enunciato radical chic, ma sono sempre più convinto che rappresenti quanto di più concreto si riesca a immaginare contro le favolistiche età dell’oro sovraniste: passati virtuali fatti di guerre e morte, popolati di mostri che oggi si rievocano in versione elettrica. Bisogna stanarle queste fiere digitali e ridurle in cattività: l’abbiamo fatto con le bestie rendendole allevamento, possiamo farlo con le creature virtuali, ma c’è bisogno di lavoro, fatica, tempo. E parole, tante, complicate, assemblate in frasi dal senso ignoto, da decifrare con dizionari pesanti da consultare. Non si può ottenere questo per decreto o con un tweet, non lo sanno fare i LVI della provvidenza, né i guru dei keynotes e nemmeno i managers delle trimestrali. Bisogna dismettere i completi blu su misura e sporcarsi le mani di fango, come in fondo fece Hashem per creare qualcuno che desse un nome a ogni cosa, al male soprattutto, per godere di quei suoni e pensare che, nonostante la natura, era tutto molto molto bello.

🙏 Sayonara

Chi vuole leggere i post precedenti:
Introduzione
L’oroscopo
L’aria fresca
Agenzie funebri
Tempo libero

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