N° 1, settembre 2018

Università della vita? Ahi! Ahi! Ahi!

pubblicato il
23 settembre 2018

INTRODUZIONE

Io sono convinto che il danno maggiore l’abbia fatto il touchscreen. Perché sono anni che i vostri bisnonni interagiscono con il mondo digitale, toccando e gesticolando su un display piatto, e così vi siete convinti che sia in fondo un gioco.
Tutto questo ha generato una idea generale di falsa semplificazione: basta un click per sapere tutto, prenotare tutto, informarsi di tutto. Già! E che ci vuole? Anche tu che non hai neanche un diplomino risicato al Cepu, puoi fare e dire e imparare, lettera o testamento. Tutto.
Ecco, forse è questo che ha fatto precipitare la situazione.
Ora, il semplice gesto che fate per mettere il mi piace a questo post, sul vostro lucente smartphone, ha bisogno di un un mondo incomprensibile ai più, complicato e gestibile solo da una ristretta elite culturale e tecnologica che si avvale di processi produttivi sofisticati e costosi, per scopi molto diversi del semplice giochino che usate per ingannare le lunghe solitudini in metro.
Per farvi divertire con i click serve infatti la capacità di realizzare su un foglio plastico degli elettrodi trasparenti spessi qualche decimillesimo di millimetro, “sagomati” opportunamente perché diventino una delle due armature di un condensatore, l’altra essendo il vostro ditino. Il che non vuol dire che il vostro affezionato smartphone vi veda come un prode cavaliere medievale, ma solo come un pezzo di materiale conduttore, neanche tanto buono a dir la verità. Quello che provocate quando sfiorate lo schermo è un leggero modificarsi del campo elettrico, che un circuitino integrato (non vi dico che ci vuole e quanto ci vuole per realizzarlo) interpreta e manda a un processore per essere convertito in coordinate. Il tutto viene elaborato dal cervellino elettronico che governa il telefono per interpretare i vostri comandi ed eseguire programmi scritti in un linguaggio a voi incomprensibile. Se volete continuo con i protocolli di accesso alla rete, i chilometri e chilometri di fibra ottica stesi su tutto il pianeta, le antenne del vostro operatore telefonico, le stazioni di trasmissione, i server che scambiano pacchetti di dati. Fino a raggiungere quelli di facebook, in una qualche sperduta località del mondo, che ricevono il vostro comando e lanciano un ok che rifà il giro del mondo in forma di luce, per tornare al vostro splendente iphone che, con passi non proprio semplicissimi, disegna sotto questo post il simboletto azzurro del mi piace.
Vi posso assicurare che per saper fare tutto ciò vi dovete esser fatti un mazzo così per anni presso università molto selettive. Ma non basta, dovete lavorare dieci-dodici ore al giorno in posti stressanti e ferocemente competitivi. Non solo, c’è bisogno di una moltitudine di operai in ogni parte del mondo adatti a lavorare in posti che per i più sarebbero claustrofobici e fantascientifici. E macchine che hanno costi a sei sette zeri.
Questo solo per mettere il vostro mi piace sotto questo post. Tutto chiaro? Poco? Capisco! Ed è anche più complicato di così.
Bene, in genere chi ha fatto l’università della vita non partecipa a tutto ciò. Semplicemente perché gestire la complessità di un sistema del genere richiede un livello di istruzione e specializzazione enorme. Non si può improvvisare niente, ma proprio niente. E neanche barare. Ti sgamano prima di tentarci.
Da queste pagine proverò non a spiegare, perché di troppe cose sono ignorante, ma a descrivere una complessità che dovrebbe almeno indurre valanghe di dubbi. E le contraddizioni evidenti che gli universitari della vita non riescono nemmeno a cogliere nei loro discorsi vaghi. Perché se era possibile (ma non lo è stato mai) sino a qualche decennio fa improvvisare qualcosa nel chiuso dei nostri sacri confini nazionali, forse oggi tutto ciò è addirittura pericoloso per noi e per i nostri figli.
I temi saranno quelli che vedo più urgenti soprattutto per la politica: gli oroscopi, l’aria fresca, le agenzie funebri e il tempo libero. Non credete che lo siano? Io penso proprio di sì!
State sintonizzati su Buonisti.it

🙏 Sayonara
Foto da Pixabay

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Le parole ci definiscono agli occhi degli altri, descrivono ciò che siamo ma soprattutto tagliano via ciò che non siamo o non si presume che siamo, ci delimitano imprigionandoci dentro un tracciato, sia quando le abbiamo scelte noi che quando sono imposte da altri. Per questo rivendichiamo la parola “buonisti” e ne facciamo non un recinto ma una base aperta da dove e sulla quale può partire e svilupparsi un discorso e un confronto rivolto a chiunque, ma fondato sulla tolleranza e sul rispetto universali.

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